Piccolo angolo di niente: le mie stanze

La mia stanza è diventata un piccolo angolo di niente. Quale stanza, non serve specificarlo: ho due stanze preferite, due case, una residenza e un domicilio, una sfilza di doppioni che mi appartengono in egual misura. In una ho vissuto tutti i giorni per 24 anni, nell’altra giusto un anno e poco più. In comune hanno una pessima vista. Ma iniziano ad essere strette, queste stanze, vorrei farci stare degli alberi, il vento primaverile, una strada per andare in bicicletta indisturbata. Anche solo una poltrona per leggere più comoda. E col tempo queste stanze mi si stringono addosso come quei pantaloni che mi calzavano a pennello cinque chili fa. Cerco di farle mie rivoluzionandole mensilmente, aggiungendo colori, carte, stoffe, nuovi pensieri. Vorrei mi contenessero e mi rispecchiassero, ma manca sempre qualcosa, in entrambe le stanze. Credo sia il mondo là fuori, le città, le montagne, che vorrei rimpicciolire e stringere a me.

Si dice che la primavera sia la stagione dei pigri, ed è orrendo constatare che sono nata nel bel mezzo di questo turbinio di pollini e voglia di dormire, proprio quando il clima si fa mite ed è il momento migliore per portare a passeggio le gambe.

Motore ispiratore di questo post fatto di niente è stato l’iniziale entusiasmo che ha colpito la mia persona nel momento in cui sono impazzita su Airtable e mi sono lanciata nella corsa senza speranza della compilazione del database perfetto. Cercavo da tempo uno strumento organizzativo a cui appigliarmi, ma dopo poco tempo ho compreso che per il mio caos mentale ci vuole ben altro. Soluzioni più drastiche, cambio di mentalità. Potrei passare la vita a riempire quel database di richiami e rimandi tra le arti, non finirò mai e non ne sarò mai soddisfatta. La primavera è stagione di passività e incertezza.
Tutti i giorni sono impegnata nello scrivere contenuti di ogni tipo, in comune hanno il fatto di essere dati utili, in un modo o nell’altro. Tutti i giorni appunto qualcosa, ma qui, su questo blog, è il deserto da molti mesi. Oggi scrivo di niente, perché di niente è fatta la mia stanza piena di ricordi e fotografie.

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Bologna: due o tre cose che so di lei

– Sei mesi non sono abbastanza –

Ghirri bologna

I pack my case
I check my face
I look a little bit older
I look a little bit colder

A conferma della mia regola tutta personale secondo cui le idee migliori vengono in treno, circa un anno fa viaggiavo scomodamente verso la Brianza (sfugge al mio controllo la tentazione di definirla velenosa, cit) e mi rendevo gradualmente conto di dove desideravo essere in quel momento: a Bologna. Incerta e disorientata riguardo alla piega che gli eventi stavano assumendo, mi sono rinchiusa troppo a lungo nella cantina ammuffita della mia mente. Il difficile è stato ammetterlo, il resto è venuto quasi da sé con una scioltezza inaudita. Oggi i dubbi se ne stanno ancora acquattati comodi comodi sotto il mio letto, mi spaventano, ma non rimpiango niente. È qui e ora che voglio essere e tutti i giorni mi stupisco di quanto tutto questo sia incredibilmente concreto.
Un bilancio necessario, anche se giunta a questo traguardo numerico, mi risulta meno ostico elencare cosa NON HO FATTO in tutto questo tempo. Ed è inutile star qui a snocciolare i piaceri intellettuali e alcolici di questa città, dove ho ritrovato l’ispirazione per guardare, leggere e scrivere su ogni gradino o ciottolo di queste vie arancioni. Ma non è ancora abbastanza. Forse sono scappata troppo spesso quando sarei potuta restare, ma il cuore ha bisogno di tempo per legarsi stretto, in un modo che poi si può star certi non si scioglierà. Torno a casa per farmi cullare, ma qui il mio cervello si muove, sfuggendo alla comoda passività del mio sottotetto. Se dovessi mettere in ordine, tutte in fila, le cose che mi sono ritrovata a fare, non mi dovrei lamentare di nulla, perché anche rimpiangere casa è stato bello, nel farmi comprendere quanto sia importante ciò che ho lasciato ad aspettarmi. Forse straccerei senza ripensamenti quel capitolo della storia in cui ho traslocato sotto la neve, accompagnata da un’angoscia mai provata e la schiena a pezzi. Magari sarà il fulcro di un lamento straziante raccontato dalla mia bella stanzetta in via Tovaglie.
La solitudine è un ottimo esercizio, ma non un principio da seguire. Come tutti gli incipt che si rispettino, il mio non è stato semplice, lì sull’orlo di qualcosa di importante, con tutto dietro e niente davanti. E anche se tuttora cerco continuamente il mio spazietto di misantropia, all’inizio non è stato facile starsene da soli, come facevo a Milano, dove tutto quello che scoprivo lo scoprivo da sola. Sono stata troppo occupata a reggermi sulle mie gambe e a cercare consolazione nelle cose più improbabili: le luci invernali di via Santo Stefano, l’odore di pino di via Silvagni che mi ricordava un po’ il parco vicino a casa, guardare fuori dalla finestra, lassù in alto in via Zamenhof, mettendo i miei sogni in primo piano. Ho scelto di proteggermi sotto i platani gialli e la pioggia incessante, accompagnata solo da musica scelta con cura nelle orecchie. Passeggiare in una Piazza verdi inusuale e deserta in un mattino gelido di dicembre, confidarsi alle serre dei giardini Margherita sul finire dell’estate. Aspetto che ogni stagione renda sempre più bella questa città. Gli slanci di inadeguatezza mi perseguitano e non sono in grado di parlare con trasporto alla gente; nonostante la mia gentilezza sincera, mi ritrovo ancora a fare i conti con il mio atteggiamento impettito e il sentirsi sempre in difetto. Cerco di dimenticare che non appartengo a questo mondo e che in fondo non cerco più nulla negli altri se non un po’ di sana positività.
Non c’è nulla di eclatante da vedere, ma tutto è un buon motivo per essere qui. E tutto, dico, tutto, è troppo importante: dallo stridere della mia bicicletta scassata al cielo sempre più limpido che mi ricorda quante foto debba ancora scattare (infatti quella che apre questo post e di Luigi Ghirri), fino al sentimento che stritola il cuore quando a Verona inizio a vedere le mie montagne blu. Mi sono innamorata, ora, anche se quel primo incontro con Bologna nel 2009 non è stato promettente. Complice la pioggia e la rabbia repressa, non ci ho più voluto mettere piede. Ed ora sto qui a parlare con trasporto dei ciottolati sgangherati, della gente seduta ovunque, della lentezza sospesa sui portici in fila. Sei mesi non sono abbastanza per scovarne la bellezza diffusa. Sono felice di essere qui. Che sia in vena di baldoria, o che abbia bisogno di una panchina comoda per ricordare. A Bologna trovi quello che vuoi su misura per te, anche una biblioteca in mezzo al verde dove riposare dal mondo, o sorprenderti di un tizio che suona la fisarmonica sotto i balconi della periferia.
A volte manca una direzione in questo gironzolare casuale. Perciò cerco di imparare i nomi di tutte le vie e dar loro un significato particolare, anche se poi mi ritrovo sempre a perdermi in un bicchier d’acqua. Qui voglio mettere in ordine tutto, un pezzo alla volta. Quello che voglio fare, che è così tanto che il solo pensiero mi confonde, quello che voglio imparare, quello che voglio vedere. E tutto coincide più o meno con ciò che voglio essere. Ma nulla di troppo diverso da ciò che sono adesso. Credevo di essere vecchia fuori e dentro, invece sono giovane e viva. Ed è una bella sensazione alle porte dei 25.

Esercizi di viaggio di Ettore Sottsass nel primo giorno d’autunno

Qualcuno viaggia in luoghi che reputa suoi, qualcuno considera propri anche quei posti che vede per la prima volta, qualcuno pensa che gli siano affini tutti i luoghi del pianeta, anche quelli che si sono solo immaginati.

In tutti i posti dove sono stato, sentivo che c’era qualcuno che disegnava case, come in un bosco uno sente che ci sono funghi.

Ettore Sottsass nei suoi Esercizi di viaggio attraversa mentalmente i propri itinerari, esotici e non, contemplando da un punto di vista distaccato e riflessivo i luoghi visitati. Lascia però trasparire della commozione mentre descrive Agra e i fiori dipinti su tutte le case; i lieti abitanti del Nepal, il loro stato d’animo simile ai boschi trasparenti di faggi; i templi indiani e le pietre lisce e scolpite che disorientano fino a far perdere le tracce della loro struttura; luoghi dove si dimenticano le astrazioni, l’adilà, la metafisica, la matematica e la filosofia – si è consci solo della vita dell’individuo che lo popola. Le capanne birmane che le donne del posto cambiano come muta il loro umore; le case rosa di Jaipur, città dalle strade dritte e schematiche fino a risultare inquietanti.

Non ho mai capito dove comincia l’amore. Comincia nei prati? Comincia nelle stazioni? Comincia nei tram? Comincia ai balli? Comincia sugli aeroplani o comincia sui fiumi?

L’amore comincia sul fiume, su panchine scrostate e prati umidi d’estate. Comincia nell’aria tersa veneziana all’ombra di una torre storta. Sotto il cielo montano sopra scale ripide. L’amore comincia dove si inizia ad apprezzare un luogo e chi ci vive. Un orto, un lago invernale zuppo di brina e fuochi accesi con noncuranza sulla riva. Continua sugli aeroplani, sui treni all’alba, sulle biciclette colorate, nei porti. Continua nelle capitali, nei paesi, nelle province, nelle tane e seduti fra i libri. Continua, non sbiadisce. Ogni luogo è la firma di un sorriso che abbiamo lasciato alle spalle.

Sui sentieri, le città, la polvere, l’inverno nei bar. Nelle case. L’amore è nato lì, nelle nostre case, tra i nostri oggetti e le nostre vite passate.

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Lago d’Idro

Lago d'Idro

Spesso basta scegliere la strada sbagliata per arrivare alla giusta conclusione.
Quella che ti porta a casa dopo tre ore d’auto invece che una e mezza, che passa attraverso valli addormentate, laghi artificiali disabitati, angoli freddi dove la brina non si scioglie mai.

Attese

Può semplicemente essere l’istantanea di un giorno di sole a darti lo spunto per iniziare qualcosa di nuovo, come questo angolino ad esempio, o forse il lanciarsi in un progetto: quello di accantonare le pretese sul futuro e darsi ad un’esperienza nuova. Collaborare ad una nuova visione delle proprie sensazioni. Partire da qui, vicino a casa.

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Fotografia scattata in una mattina fredda ed assolata a Bergamo Alta.

Dare uno sguardo veloce alla strada percorsa tante volte, un giorno o l’altro risulterà edificante. Sognare ad occhi aperti su una panchina nella foschia dell’inverno, può riempire di immensa felicità e speranza per il futuro.