Winfried Sebald sulle strade della memoria

Winfried Georg Maximilian Sebald è un nome altisonante che ben si adegua alla figura imponente che traspare dalle sue righe. Nasce in Baviera nel 1944 e la sua vita è fin dall’inizio influenzata dal Nazismo a causa di un padre che abbracciava tale scelta politica e che si è dimostrato una figura altalenante nella vita dello scrittore. La sua formazione e i suoi studi si snodano in vari punti del continente, toccando Germania, Svizzera e soprattutto Gran Bretagna (che diventerà luogo della sua morte improvvisa in un incidente stradale nel 2001). Tutte le sue opere, per la maggior parte saggi, vertono sul tema della memoria, sia come fatto storico che come evento intimo. I suoi viaggi tendono tutti ad una meta interiore, che sembra raggiungere sempre lo stesso fine, ovvero quello della descrizione dell’Olocausto.

Ci si può approcciare a Sebald in molti modi, io ho scelto quello di partire da un saggio su Robert Walser intitolato Il passeggiatore solitario, pubblicato nel 1998 nella raccolta: Logis in einem Landhaus. Attratta inizialmente solo dal titolo, dalla lettura si percepisce un amore sconfinato per Walser e sulla sua filosofia di scrittura (e di vita, magistralmente dedicata al passeggio senza meta). In un pugno di pagine Sebald descrive la figura del collega svizzero, cui destino è trovare la morte in una delle solite passeggiate nel giorno di Natale del 1956.

Proseguo con Le Alpi nel mare, quattro racconti brevi ambientati in Corsica, così poco descrittivi e così criptici che lasciano spiazzati, chiedendosi cosa veramente Sebald volesse comunicare con quest’opera che pare ancora una bozza.
Tutt’altro si può dire a proposito di Vertigini, pubblicato nel 1990 dove domina chiaramente il vagabondare autobiografico tra Vienna, Venezia, Verona e il rilassante Lago di Garda. La relazione accurata e meticolosa di ogni luogo visto anche solo di sfuggita dal protagonista costruisce una mappa interiore della sua infanzia, dei luoghi del ricordo e della scoperta di sé. I tragitti percorsi lo affiancano come un déjà vu, mentre le strade che scorrono sotto i suoi occhi rievocano situazioni lontane nel tempo.

In Secondo Natura, primo scritto in versi liberi, appare già evidente l’intreccio di sapere tra arti e scienze che caratterizzerà tutte le sue opere. Nel suo primo viaggio nella natura divorante descrive minuziosamente le emozioni suscitate dalla visione delle opere di Matthias Grünewald e quelle dei viaggi del medico Georg Wilhelm Steller che affiancò Vitus Bering nelle sue esplorazioni.
Ma è solo con Austerlitz, unico suo romanzo nel vero senso della definizione, che raggiungo un’opinione ben ponderata sull’autore. Pubblicato nel 2001, si presenta come il percorso di rievocazione del passato di un professore di architettura. Inizialmente il tono di Sebald è quello neutro e nozionistico che si può trovare in altre sue opere, lunghissime e approfondite sono le disquisizioni sull’Architettura, la Fotografia, la Storia. In realtà ci si dimentica presto dell’enigmatica figura di Austerlitz, per sovrapporla invece a quella ancora più annebbiata dell’autore che finalmente sembra rivelarci qualcosa su di sé.
Tutte le descrizioni di Sebald immergono in un lontano passato, il suo protagonista pare davvero emergere d’altri tempi, con il suo amore per i reticoli delle strutture ferroviarie che lo porta a trascorrere le albe e i tramonti nelle stazioni ferroviarie di Parigi. Tra le pagine dissemina delle istantanee sgranate che dovrebbero fungere da rappresentante figurativo delle sue riflessioni, donando un momento di pace alla mente del lettore precedentemente aggredita da un fiume di parole. Con una compostezza quasi disumana Sebald arriva a far vibrare d’intensità i personaggi così apparentemente rigidi, e a comunicare al lettore tutta una serie di emozioni velate dalla sua prosa. Così Austerlitz si tuffa improvvisamente nei profumi d’infanzia che non aveva mai sfiorato, in una trama intessuta di sottili richiami al suo passato. La ricerca di sé stesso porta anche alla scoperta tragica del destino del popolo ebraico e di come le loro vite vengano gradualmente frammentate, svilite, soppresse.

Nelle cattive condizioni di quegli edifici un tempo signorili, nelle grondaie rotte, nei muri anneriti dall’acqua piovana, nell’intonaco scrostato che lasciava trasparire il muro grezzo, nelle finestre in parte rese cieche con assi o lamiere, percepivo l’esatta espressione del mio stato d’animo, che non ero in grado di spiegare né a me stesso né a Marie […]

Austerlitz / Sebald esamina se stesso modulando gli spazi, le strade e lo stato degli edifici. La sua è una sorta di confessione sottintesa, che si rivela nell’esterno che lo circonda. Tutto il libro sembra parlar d’altro, quando invece il titolo calza perfettamente.

 

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Vista da Pont d’Austerlitz, Parigi

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Colonie romagnole per un’infanzia obbligata

La vancanza annuale sull’Adriatico è sempre stata d’obbligo ed ogni località della zona suscita in me una sorta d’affetto incondizionato nonostante i numerosi difetti che le si possono attribuire. Gli imponenti edifici in disuso che potevo osservare durante i miei bagni di sole sulla Riviera Romagnola mi hanno affascinato fin da bambina. Solo ora mi sono interessata alla loro evoluzione, all’aspetto architettonico e al senso di nostalgia che le loro porte sbarrate emanano.

Considerato che al momento mi è impossibile inoltrarmi in una gita fotografica nell’abbadonono della costa, mi sono documentata almeno dal punto di vista storico. Sono innanzitutto partita da questo interessantissimo studio: Colonie a mare – Il patrimonio delle colonie sulla costa romagnola quale risorsa urbana e ambientale dell’Istituto dei Beni Culturali dell’Emilia Romagna che nel 1986 ha sondato lo sviluppo di questa istituzione fin dai suoi albori, per poi calarsi nell’analisi antropologica e sociale ed infine fornire un ottimo repertorio di fotografie, planimetrie degli edifici e mappature delle colonie presenti sulla riviera.

Tutto ha inizio da una malattia (la scrofolosi) molto diffusa tra i bambini provenienti da contesti poveri e che viene curata grazie all’aria di mare e le sue proprietà talassoterapiche. Già verso la metà dell’800 le colonie in Italia arrivano ad essere circa 50. Lentamente da case di cura diventano dei veri e propri centri ricreativi, fino a diventare sedi di sperimentazione dei metodi educativi del regime fascista, oltre che delll’architettura razionalista del periodo:  fra le più note si ricordano la colonia di Rimini, la Novarese (dell’architetto Giuseppe Peverelli), la colonia Le Navi di Cattolica, inaugurata nel 1934 e la futurista colonia marina di Chiavari. Anche dopo la Seconda Guerra Mondiale continuano a riscuotere successo e sono frequentatissime. Il tracollo delle presenze avverrà tra gli anni 70 e 80, quando gli edifici prima adibiti a colonie vengono gradualmente abbandonati e nei casi migliori adattati ad altri usi.

Emblematica è questa affermazione di Henri Lefebvre, ciò che ci circonda è sempre irrimediabilmente intriso di Storia:

Lo spazio è un prodotto della storia. E’ stato foggiato, modellato a partire da elementi storici o naturali, ma sempre in maniera politica. E’ uno spettacolo letteralmente popolato di ideologia.

Restano oggi le strutture spoglie sulle coste, degli affascinanti residui di archeologia balneare che qualche buon anima sta proponendo di riqualificare. Apprezzabile è il contributo dell’associazione Italia Nostra che sta promuovendo una mostra itinerante in tutta Italia .

Varie inchieste su La Repubblica e fotografie a questo link di Flickr.

Ombrelloni

Una fotografia scattata a Cattolica nel 2010, durante uno dei tanti week end che ho fedelmente trascorso in Romagna.