Esercizi di viaggio di Ettore Sottsass nel primo giorno d’autunno

Qualcuno viaggia in luoghi che reputa suoi, qualcuno considera propri anche quei posti che vede per la prima volta, qualcuno pensa che gli siano affini tutti i luoghi del pianeta, anche quelli che si sono solo immaginati.

In tutti i posti dove sono stato, sentivo che c’era qualcuno che disegnava case, come in un bosco uno sente che ci sono funghi.

Ettore Sottsass nei suoi Esercizi di viaggio attraversa mentalmente i propri itinerari, esotici e non, contemplando da un punto di vista distaccato e riflessivo i luoghi visitati. Lascia però trasparire della commozione mentre descrive Agra e i fiori dipinti su tutte le case; i lieti abitanti del Nepal, il loro stato d’animo simile ai boschi trasparenti di faggi; i templi indiani e le pietre lisce e scolpite che disorientano fino a far perdere le tracce della loro struttura; luoghi dove si dimenticano le astrazioni, l’adilà, la metafisica, la matematica e la filosofia – si è consci solo della vita dell’individuo che lo popola. Le capanne birmane che le donne del posto cambiano come muta il loro umore; le case rosa di Jaipur, città dalle strade dritte e schematiche fino a risultare inquietanti.

Non ho mai capito dove comincia l’amore. Comincia nei prati? Comincia nelle stazioni? Comincia nei tram? Comincia ai balli? Comincia sugli aeroplani o comincia sui fiumi?

L’amore comincia sul fiume, su panchine scrostate e prati umidi d’estate. Comincia nell’aria tersa veneziana all’ombra di una torre storta. Sotto il cielo montano sopra scale ripide. L’amore comincia dove si inizia ad apprezzare un luogo e chi ci vive. Un orto, un lago invernale zuppo di brina e fuochi accesi con noncuranza sulla riva. Continua sugli aeroplani, sui treni all’alba, sulle biciclette colorate, nei porti. Continua nelle capitali, nei paesi, nelle province, nelle tane e seduti fra i libri. Continua, non sbiadisce. Ogni luogo è la firma di un sorriso che abbiamo lasciato alle spalle.

Sui sentieri, le città, la polvere, l’inverno nei bar. Nelle case. L’amore è nato lì, nelle nostre case, tra i nostri oggetti e le nostre vite passate.

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Alla mamma piaceva pensare

Tutti acquistano e leggono una biografia di un personaggio celebre con lo scopo principale di trovar rivelato qualche  pensiero che li renda un po’ più umani. Quello che fa Diane Keaton in questo suo scritto è ancora di più, perché i suoi racconti di vita nel mondo del cinema calano in secondo piano rispetto alla sua vita più “umana”. Preferisce restituirci l’annebbiato rapporto con la madre facendoci partecipare alla scoperta dei diari di lei, letti per la prima volta dopo la sua morte. E si parla tanto anche di Woody Allen e di quelle pellicole meravigliose che rimpiango tanto come Manhattan, Amore e guerra, Io e Annie, Il dormiglione.  Ma la Diane che traspare tra una vicenda e l’altra risulta più comune del previsto. Tutte le sue insicurezze, timori e nevrosi trovano riscontro nella presenza lontana della madre e nel rapporto che ha avuto con questa controversa Dorothy Hall, donna premurosa con il pallino della scrittura e i collage, sempre in bilico tra le sue aspirazioni e la vita concreta.

Diane Keaton – Annie Hall, fa riferimento in continuazione alle sue radici sulla West Coast, ricordandoci che non possiamo mai tralasciare il ricordo dell’angolo, per quanto piccolo, da cui proveniamo. Chi amiamo e chi abbiamo amato. Tutto questo si sedimenta sulla nostra pelle, come i luoghi che hanno contemplato chi siamo davvero.

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Nei vecchi cassetti e tra le mura di pietra di casa Hall hanno preso forma pagine e pagine sgualcite dove Dorothy ha coltivato i propri rimpianti. Diane si sofferma sugli errori commessi nella sua vita cercando di fornire loro un’origine. Quanto è consolante darsi spiegazioni; potendo, vivremmo solo di quelle. Non tutti i dolori si prestano ad essere deframmentati e analizzati, non tutte le sofferenze possono essere aggirate da una spiegazione logica che le renda un po’ più sterili ai nostri occhi stanchi.

Far ricondurre la propria esistenza alla famiglia può forse sembrare una via facile e un po’ scontata, ma è in fondo quello che riesce a toccarci più a fondo, ciò che ci appartiene in via primaria e pura.

Diane ritrova in sua madre le sue passioni, tratti comuni, ed è estremamente consolante. Oggi come allora, il titolo del libro, e nel fluire del tempo, non siamo più soli. Sapere e capire che il proprio posto non è completamente frutto del caso.

Sua madre, che ha dedicato tutta una vita ad accudire la propria famiglia, il proprio marito e la propria casa come si addice ad una madre di buona famiglia, tra i libri e i ricettari nascondeva qualche riflessione spiegazzata. Strati e strati di pensieri formulati sulla costa, che scivolano come i prati falciati alle sue spalle. Porzioni immense di desideri soffocati. Rimpianti forse, ma anche tanta iniziativa e impegno che la indussero ad iscriversi all’università e a laurearsi all’età di 40 anni. Quale smacco per lei se non ammalarsi gravemente di Alzheimer e perdere la totale cognizione dei gesti e dei pensieri che l’hanno accompagnata per una vita? Come coronare il proprio presente con la mancanza di un passato a cui rivolgersi nei momenti di contemplazione? Senza un passato proprio e altrui non avremmo niente da raccontarci e niente da capire.

I pensieri di Dorothy erano per se stessa e per nessun altro, ha prodotto pagine scritte per anni ed anni senza mai condividerle, mantenendo racchiusa in un po’ di carta tutta la sua malinconica saggezza. È proprio perché sono nati senza pubblico che sanno di autentico.

Diane preferisce parlare di questo piuttosto che dei suoi successi, forse imprescindibili dallo spirito combattivo e straordinario di sua madre.

 

La Lucina di Antonio Moresco

Recensione pubblicata su Letteratu:

Questo “libricino” di Antonio Moresco sembra voler raccontarci una storia montana. Invece scava molto più a fondo, senza che il lettore se ne accorga.

Il protagonista senza nome e senza volto di questa storia penetrante è un eremita arroccato in solitudine sui monti di una qualche valle ignota. Di lui non viene descritto nulla se non l’indispensabile, la sua anziana età e il suo lento camminare. Si chiede se quello che vede lo vede veramente, se qualcuno nell’universo sa che esiste quest’uomo solo che vaga nel bosco spiando il quotidiano vivere degli esseri che lo popolano. I suoi rapporti umani sono insignificanti rispetto al legame che intreccia con la natura circostante; gli interrogativi dell’esistenza si polarizzano agli estremi delle sue riflessioni e qualunque sforzo umano sulla terra viene ricondotto a processi naturali. La foresta è lo specchio del tempo, che imperturbabile e silenzioso passa leggero nella vita dell’uomo.

Moresco si fa carico di un compito difficile, la descrizione dell’uomo attraverso la natura circostante. L’osservazione micro e macroscopica degli impercettibili mutamenti degli arbusti, del gattonare delle creature più indifese e del volgere delle stagioni sono la principale occupazione del solitario eroe montano. Il dialogo con piante e animali non si ferma mai in un costante intreccio fra uomo e paesaggio.

Certe volte mi fermo di fronte a uno di questi alberi e lo guardo.

«Ma come si fa a vivere così?» gli domando. «Agli uomini non è possibile: o sono vivi o sono morti. Così almeno pare…»
Non mi risponde.

Tutto si spiega intorno a lui attraverso il linguaggio della natura, eccetto una lucina che si accende aldilà della valle al calar della sera. A tentoni cerca una buona soluzione all’enigma che gli si propone tutte le notti: non è l’illuminazione casalinga di una tana in pietra come la sua; non è un ufo, anche se uno strambo allevatore è convinto che lo sia. Un giorno smette di fantasticare, parte all’avanscoperta e trova nel suo inerpicarsi per la montagna un bambino solitario come lui, con le gambe magre e una cassetta rovesciata su cui si arrampica per lavare i piatti al lavatoio. Autosufficiente e solitario, con lo sguardo triste. Qualcosa però non quadra in ciò che gli racconta il ragazzino e il nostro signore gli fa visita ripetutamente per far luce sulla sua storia. Troppi dettagli lo insospettiscono: perché frequenta la scuola alla sera? Perché vive completamente solo in mezzo al bosco? Chi è davvero quel bambino e che rapporto li lega?

Un racconto che parte bucolico, diventa misterioso e si stringe intensamente in un finale inaspettato.

Salmone domestico cercasi!

Mio salmone

Recensione pubblicata su Letteratu:

Finalista al Premio Bergamo 2014, Emmanuela Carbé e il suo collage di un mondo colorato.
Un racconto stravagante e delirante, a tratti sgrammaticato, questo Mio salmone domestico. Manuale per la costruzione di un mondo, completo di tavole per esercitazioni a casa: il vivere quotidiano di un’aspirante scrittrice che convive con un brillante salmone vagamente afflitto da crisi esistenziali. La partenza risulta un po’ problematica e stravolta dal linguaggio iperbolico di Emmanuela Carbé, ma con furbizia l’autrice incanala il lettore nella sua personalissima proiezione del mondo.

Siamo introdotti a questa strana storia fantastica con l’ausilio di un mini-vocabolario esplicativo: il mondo della Carbé è tutto da spiegare. Un contratto iniziale avverte il lettore sulla sponda del racconto: dovrà fidarsi ciecamente dei fatti raccontati senza mai metterne in dubbio la veridicità. Viene così reso esplicito un processo sottinteso che coinvolge il lettore in rapporto con il racconto già tanto caro ad Umberto Eco e che qui ci viene ricordato con dolcezza e ironia.

Catapultati in un universo parallelo, comico e ironico, abbiamo bisogno di qualche pagina per ritrovare l’orientamento e dare un senso alla storia. L’inizio è difficile a causa dei periodi contorti, i termini apparentemente fuori contesto e le situazioni allucinanti, ma basta dare fiducia a questa scrittura frenetica e mirabolante per venire risucchiati dalla storia. Crodo, il salmone addomesticato, accompagna la protagonista nei suoi studi all’Università di Pavia e poi nelle varie visite alla città natale di Verona. Intorno a queste due linee vengono costruite situazioni paradossali condite da personaggi altrettanto improbabili: Sagomadipiccoloprincipe, eleonoraduse, Sagomadigattuso, madrelinguaspagnola, Medusa (amore non corrisposto di Salmone), Avvocato e Avvocatessa, miominuscolofratello e tanti altri.

Viene naturale cercare significati reconditi dietro la stravaganza di questo racconto strampalato. L’autrice, alle prese con la sua prima opera, ha già elaborato una sua poetica, una trasformazione del mondo reale che la circonda in un universo immaginario che ha però fortissimi legami con la sua quotidianità e la paura dell’esterno.

I partecipanti ideali del corso di scrittura creativa e del corso di artigianato sudtirolese sono: 1) neolaureata in Lettere con velleità creative, indecisa sul futuro, appena uscita da una storia importante (Soundtrack: Tiromancino); 2) giovane artista uscita da accademia d’arte, taglio di capelli notevole e vestiti stra-vaganti (Soundtrack: Afterhours, ma di nascosto Tiromancino); 3) il pensionato simpatico con ricordi nel cassetto (Soundtrack De Gregori, ma di nascosto i Pooh); 4) la moglie che non ci sta al corso di taglio e cucito (Soundtrack: De André, ma di nascosto Celentano); 5) un bambino prodigio silenzioso (Soundtrack: Cristina d’Avena, ma di nascosto i Pooh); 6) il post laureato disoccupato (Soundtrack: nessuna).

Interni spogli alla Hopper: l’America di Raymond Carver


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Recensione pubblicata su Letteratu:
I racconti di Carver necessitano un passo lento. Non ci si può avventare su di loro con delle pretese.

Considerato a lungo il leader del Minimalismo letterario americano, poi rifiutata questa etichetta, Raymond Carver esordisce con la sua prima raccolta di racconti nel 1976 (un caso letterario di quei tempi). Lo squallore provato sulla propria pelle induce l’autore a raccontare storie ambientante in una desolazione molto simile a quella della sua vita, senza per questo diventare autobiografico. L’alcolismo, la povertà, la situazione famigliare difficile fanno da cornice alle epifanie rintracciabili nei suoi racconti. Protagonisti sono i reietti della società e le loro esistenze in disfacimento. Le scenografie più gettonate: interni di case desolate, senza vita e senza significato. Questi sono gli elementi da cui Carver ha tratto ispirazione per iniettare parte della realtà nelle sue costruzioni narrative. In un’intervista ha dichiarato che nessuna delle sue storie sia mai avvenuta, ma che c’è sempre in ognuna di essere un elemento, un qualcosa che gli è stato detto e da cui ha preso spunto.

Perché non ballate? è il racconto con cui si apre questa raccolta. Prime poche pagine che lasciano un certo senso di disagio difficile da scrollarsi di dosso. Un uomo di mezza età sparpaglia la sua mobilia in giardino e mette tutto in vendita. Invita una coppia a scegliere ciò che più gradisce senza curarsi del prezzo, accende il giradischi e propone di ballare. Carver non spiega né come, né perché quest’uomo abbia assunto l’aria disperata di un disilluso. In poche righe ci suggerisce qualcosa di lui, nascondendone ossessioni, dolori, fissazioni. Ci propone solitudini consumate in coppia, come quella di Holly e suo marito, che hanno preso in gestione un albergo e un giorno qualsiasi si svegliano rendendosi conto di aver toccato il fondo. Un padre racconta al figlio aneddoti della sua vita passata senza riuscire a toccare il punto più importante: un adulterio impronunciabile. O ancora un altro padre di famiglia che “vuole dire un’ultima cosa” ma non ci riesce perché non la ricorda. E tra i personaggi più inquietanti Dummy, isolato fino all’ossessione per dedicarsi totalmente al suo laghetto di pesci. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, un discorso tra due coppie sul senso dell’amore e dello stare insieme che non approda a nessuna risposta mantenendo viva la sensazione di vivere in un limbo di incertezza.

Confusi, monchi, tranciati di netto senza risoluzione alcuna, questi sono i racconti di Carver. Poche spiegazioni e pochi giri di parole. I protagonisti di Carver sono lasciati a se stessi, in balia di un mondo ormai privo di uno scopo apparente. Abbandonati alla loro vita vuota, sono immortalati in uno spezzone di vita emblematico che li rappresenta senza volerli spiegare a tutti i costi. Il taglio anonimo dato alla narrazione rispecchia la magrezza dei paesaggi interiori dei protagonisti, che appena accennati rivelano se stessi. La sua immediata asciuttezza sta lì, palese, come a volerci ricordare che sta diventando difficile anche raccontare. Che la scrittura e la narrazione non sono più un rifugio.

La narrativa non deve fare niente. Deve solo esserci, per l’ardente piacere che ci viene dallo scriverla e per il diverso tipo di piacere che ci viene nel leggere qualcosa di duraturo e scritto per durare, oltre che bello in sé e per sé. Qualcosa che getti qualche scintilla in un chiarore persistente e saldo anche se fioco.

Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo

Recensione pubblicata su Letteratu:

ll desiderio di essere come tutti (edizione Einaudi, fra i finalisti del premio Strega 2014) – è già di per sé un titolo che ha un certo impatto. Non anticipa il contenuto del libro, che rimane oscuro fino a che non ci si addentra nel racconto, ma conferisce un’atmosfera tutta personale ad un romanzo che sembrerebbe invece portare in una direzione più documentaristica. È invece autobiografica quest’ultima opera di Francesco Piccolo, nonostante ripercorra le vicende dell’Italia dall’apice della carriera politica di Berlinguer agli eventi più recenti sul caso Berlusconi.

L’autore inizia a raccontare episodi della sua prima infanzia, un’epoca toccata da un evento particolarmente importante: la sua seconda nascita. Dopo una marachella si trova solo nel giardino della Reggia di Caserta e capisce, in una temporanea illuminazione, di far parte del mondo. La sua consapevolezza politica, la carriera di scrittore e giornalista, gli avvicendamenti amorosi, deludenti e rassicuranti fanno parte di un grande mosaico d’esperienze che finisce per formarlo come persona, integra, pura, o impura. E che inizia proprio lì, in quel giardino solitario che l’ha svegliato dal torpore della fanciullezza. La consapevolezza raggiunta dopo aver attraversato il pericolo del colera non ha prezzo nella vita densa d’avvenimenti “sfiorati” dal protagonista. Il timore di aver preso la malattia e l’idea di poter morire da un momento all’altro lo assalgono per qualche interminabile ora e cambiano definitivamente il suo approccio alla realtà. Il legame indissolubile tra la sua acerba personalità e gli eventi del reale lo colpisce intimamente, fino ad approdare ad una conduzione della vita che viaggia forzatamente su questi due binari. Una base, un substrato primitivo di cui non può e non vuole liberarsi e che lo accompagnerà in tutte le sue decisioni future. È proprio a proposito del colera che il protagonista prende atto della superficialità della madre: prima con rabbia, poi con infinita riconoscenza per aver protetto la sua vita dalle lusinghe della tragedia. La sua forza di resistere alla vita esterna perché non potesse interagire con le loro vite, una protezione superficiale e quasi inconsapevole.

Dalla purezza dell’infanzia scaturisce la decisione presa su due piedi di diventare, anzi essere, comunista, dopo aver assistito alla finale dei Mondiali di calcio disputata tra la Germania dell’Ovest (i “nostri”) e quei “poveracci” della Germania dell’Est (che inutile dirlo, prende immediatamente in simpatia). È il disagio che prova di fronte a ciò che dovrebbe pensare e a quello che invece pensa realmente che lo pone su un piano critico, il primo della sua vita, e che lo conduce alla decisione di diventare comunista. Dapprima una scelta presa con istinto, poi una vera e propria convinzione che, tra alti e bassi, lo accompagnerà per tutta la maturità e oltre. Nel tempo si sentirà accerchiato dai giudizi dei parenti, degli amici, dell’ambiente così diverso dal mondo che lui ha scelto. E il confronto con loro, con i simpatizzanti di destra da un lato e gli altri, i ragazzi dalle idee più estremiste che lo canzonano ritenendolo un borghese viziato, lo porta ad essere solo tra due fuochi, con le sue idee e i suoi dubbi, sempre e comunque critico. Il comunismo in lui nasce come slancio verso i più deboli e con una speranza di rinnovamento. Si innamora del progresso di Berlinguer perché risponde alle sue giovani esigenze di voler cambiare il mondo. Racconta anche del caso Moro, come lo colpì nel profondo e come lo segnò l’atteggiamento delle persone che gli stavano vicino: il gruppo di attivisti di sinistra di cui faceva parte Elena, il suo primo amore, gioisce inizialmente di un avvenimento che al contrario lo sconvolge negativamente. Desiderava essere come loro fin dal primo giorno del liceo, ma ora si sente lontano quelle idee. Il padre lo ritiene un terrorista senza speranza, il gruppo di liceali un borghese democristiano. E lui lì, nel mezzo di una guerra identitaria alla quale non partecipa direttamente.

Stavo in mezzo, ero il compromesso tra queste due faccende della vita. Ero il compromesso tra il coinvolgimento totale e l’estraneità. Era, insomma, il mio sguardo sul mondo, che non sarebbe più cambiato
Un periodo della vita più infelice che felice, quello passato a rincorrere i propri ideali e ad ammirare Berlinguer. Un periodo della vita più sereno, quello in cui si accanisce contro il “nemico” Berlusconi. Lo spostamento graduale da una vita che credeva “pura” a quella “impura” dove maggiormente si mette in discussione. L’epoca della vita impura, quando si afferma nella vita pubblica e gli viene richiesto di firmare appelli, scrivere articoli moraleggianti, dare la sua opinione sul mondo. Tutto questo nella spirale di indignazione nei confronti di Berlusconi che vede accuse contro di lui che proteggono da qualsiasi ragionamento critico, un nemico da combattere e additare quando la situazione lo richiedeva.

Ed era come se ci fosse un collettivo scuotimento del capo, di tutti noi civili e moderni, alla vista di ciò che stava accadendo al nostro Paese.

La purezza degli intellettuali a tutti i costi, un morbo che lo aggredisce ma da cui vuole costantemente scappare. Un distacco forzato dal mondo che reputano sbagliato, quello che l’elite non si degna di considerare come suo. “Se dici che il mondo non ti piace dici implicitamente che non partecipi”, scrive Piccolo. E da una posizione di tale superiorità puoi permetterti di giudicare il mondo “altro”. Le sue intenzioni assomigliano sempre di più a quelle di Parise che scrive:

Non accettiamo di starcene lì seduti, inermi, a deplorare e a ricordare di aver fatto di un mondo migliore che non esiste più; anche se dovessimo pensare che quel mondo che non esiste più era migliore. Ma è più vitale ed è più utile il desiderio di far parte di un mondo fragile, peggiore – se si è deciso che è peggiore, pieno di problemi complessi ma che fa parte del presente. E in cui siamo impegnati a sentire la necessità di vivere oggi e non ieri.

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Premio Narrativa Bergamo

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Molto in piccolo, ma ho vinto qualcosa anche io. Il Premio Narrativa Bergamo mi ha permesso non solo di valutare i cinque libri finalisti del concorso (presto le recensioni), ma anche di cimentarmi in un commento critico che ha vinto il premio per miglior giudizio. Poche parole ma intense per un romanzo di Francesco Permunian (Il gabinetto del dottor Kafka) che mi ha toccato profondamente con la sua leggera comicità. Complimenti vivissimi al vincitore Adrian Bravi, che ha trionfato con il suo L’albero e la vacca (nonostante l’italiano non sia la sua lingua madre!) e soprattutto un soffio al cuore per Claudio Magris, che ha tenuto una lectio magistralis degna di lui.

Di seguito il mio commento:

Il gabinetto del dottor Kafka” è un cesto di sorprese. Un contenitore di
incroci, svincoli e snodi autobiografici che l’autore affronta perdendosi
anch’egli nei luoghi della storia passata. Con un salto tra poesia e
sollazzo, Permunian passa dalle cartelle cliniche del poeta
passeggiatore Robert Walser alla malinconia di Kafka consumata a
Riva del Garda, a quegli “stramaledetti” Sartre e Beauvoir,
“professorini travestiti da rivoluzionari”. Questo pout pourri di
situazioni ironiche pone i personaggi tutti sullo stesso piano,
confrontando lacrimevoli vicende parentali alle storie dei grandi
scrittori. L’autore, reimpastando il reale, ci insegue con la sua
labirintica storia.

Link al sito : http://www.premiobg.it/manifestazione-2014/wp-content/uploads/2014/04/miglior_critica_scuole14.pdf