Per chi l’economia la trova indigesta: Federico Rampini presenta All you need is love

Oggi ho capito un’altra cosa di Bologna: che resta arancio anche quando piove e soprattutto che resta bella anche quando il cielo si ingrigisce e tutte le superfici diventano lucide. Il cielo si incupisce, tutto il resto no. Mi avvio alle Librerie Coop Ambasciatori tentando inutilmente di evitare la pioggia e arrivo per un pelo all’incontro con Federico Rampini che, puntualissimo, racconta il suo libro in uscita All you need is love, l’economia spiegata con le canzoni dei Beatles.

love

Cosa c’entra la parola love quando si tratta di economia? C’entra per la contaminazione dei linguaggi tra musica ed economia, ma i Beatles c’entrano per tante altre ragioni. Crescono in un’Inghilterra rovinata dalla guerra, tremendamente impoverita e costretta a restituire gli aiuti del piano Marshall per i troppi debiti contratti. Iniziano la loro carriera nella miseria e fanno un salto di dimensione industriale, perciò non è così strano associare i Beatles a questa disciplina. È anche un’occasione per studiare l’economia degli anni ’60, un periodo di esplosione di benessere e occupazione. I giovani erano piuttosto scontenti all’epoca, ma ciò non derivava dalla mancanza di lavoro. Anzi, il loro futuro non era bloccato ma radioso. Federico Rampini va a scavare negli gli ingranaggi dell’economia di allora: un capitalismo che creava opportunità per tutti, cosa che oggi invece non succede.

Nel libro i 15 brani dei Fab Four sono presi come pretesto per arrivare ad alcune considerazioni. Quando iniziano a guadagnare bene, il fisco detrae una grossissima parte dalle loro entrate e George Harrison pensa bene di scrivere una canzone come Taxman. L’aliquota massima nell’Inghilterra laburista di Wilson a quell’epoca era del 95%. Negli anni ’60 il fisco aveva una funzione distributiva, la distanza tra gli straricchi e la classe media era ridotta rispetto ad oggi. Molto più tardi ci sarebbe stata l’ondata di rivolta antitasse dei governi Thatcher e Reagan, perciò Taxman si riscopre a posteriori una canzone profetica dal linguaggio lieve che ironizza sia sulla sinistra che sui conservatori.
Yesterday diventa per l’autore una meditazione sulla domanda “si stava meglio ieri?”, qui l’operazione fatta è di libera associazione di idee (giusto per ricordare come Lennon si ispirasse ai paradossi e i giochi di parole di Lewis Carroll per scrivere i testi). Yesterday è una canzone che parla di un amore che sta svanendo, la più interpretata al mondo. Rampini riprende il tema della nostalgia trasportato come tema economico. Prima dell’economia odierna, prima di internet, si stava meglio? La nostalgia va scomposta, non esiste una risposta unica e semplice. Non ci risparmia il retroscena della nascita di questo pezzo: Paul si sveglia con in testa l’intera melodia, la suona a ripetizione cantando scrambled eggs e col dubbio di averla sentita altrove.

Un tuffo nell’attualità estrema: la Banca Europea di Mario Draghi ha annunciato una svolta nelle politiche restrittive: cambio di marcia di una politica europea criticata, che finalmente fa una buona mossa ma con cinque anni di ritardo. La strategia adottata si chiama quantitative easing (giusto perché gli economisti vogliono rendere tutto più difficile), che significa “stampare moneta”. Grazie a questo esperimento mai avvenuto nella storia dell’economia gli Stati Uniti negli ultimi sei anni si sono ripresi. Anche l’Unione Europea ha attuato delle operazioni di mercato aperto in modo che gli aiuti arrivassero a tutti. Ma questi aiuti alle banche non si sono tradotti in una redistribuzione nell’economia reale, piuttosto sono stati negati prestiti a industrie e famiglie.
I Beatles verso la fase più matura della loro carriera cambiano tiro, una canzone che lo dimostra bene è Get back, sulla xenofobia e sul pregiudizio, una satira e parodia mirata a Enoch Powell,  leader del primo movimento nazionalista xenofobo contro gli immigrati. Anche questa si può dire una canzone profetica. Lennon aveva appena iniziato la sua relazione con Yoko Ono e leggenda vuole che Paul in studio di registrazione la fissasse mentre cantava questa canzone. Gli Stati Uniti dimostrano che gli immigrati possono essere una risorsa. A New York solo il 50% della popolazione è bianca, in 10 anni sono arrivati oltre 1 milione di immigrati a popolare la metropoli e nello stesso arco di tempo i tassi di criminalità sono crollati. La forza dell’immigrazione senza la paura dell’immigrazione.

Altre canzoni dei Beatles dell’età matura sono ricche di personaggi popolari come Eleanor Rigby o Lovely Rita. Eleanor Rigby è una straordinaria canzone capace di raccontare l’impoverimento del ceto medio attraverso la storia del funerale di questa donna a cui non partecipa nessuno se non uno stanco Father McKenzie. Dipinge la profonda umiliazione di un panorama sociale che si riscopre povero. È una canzone che parla più di oggi che di quegli anni, perciò possiamo ancora una volta considerarli profetici.

I Beatles vanno trattati anche come prodotto per l’autore, lo dimostra la trafila per inserire i loro testi nel libro. Non sono solo bei pezzi d’arte, ma prodotti commerciali coperti da copyright. Non erano degli uomini d’affari, rincorrevano il copyright ceduto in maniera forsennata a destra e manca. Paul non riuscì ad accordarsi con Yoko Ono per riprendersi i diritti e furono comprati da Michael Jackson per 47 milioni di dollari rivenduti a Sony per una cifra moltiplicata. Solo per pubblicare 15 testi originali il negoziato con l’ufficio legale della Sony ha innescato delle trattative estenuanti. Internet è uno prometteva la democrazia economica e ha alimentato l’illusione che un musicista potesse diffondere la propria musica saltando l’intermediazione delle case discografiche. La rete si è dimostrata in realtà un grande inganno, ha diffuso la cultura della gratuità, mentre Youtube guadagna sugli accessi e diventa sempre più importante per la pubblicità, gli artisti sono trattati come servi della gleba.
I tecnocrati dell’economia si sono abilitati come unici oracoli in grado di capire questa scienza. Vogliono convincerci che siamo vittime di una legge naturale, che dobbiamo accettare le disuguaglianze, che l’unica alternativa è il comunismo. Siamo sotto una dittatura del pensiero che vorrebbe ci prendessimo tutte le conseguenze del sistema e che non contempla alternative. All you need is love inizia con questa frase: there’s nothing you can do that can’t be done. L’autore gioca con la logica e considera questa canzone come un inno ad allargare i confini. L’OCSE documenta un diffuso analfabetismo economico fra i giovani italiani. Se noi non siamo in grado di padroneggiare l’economia, qualcun altro lo fa per noi. Il libro è anche un invito a riappropriarsi della scienza economica. A ricordarsi che i confini del possibile non sono ristretti come vogliono farci credere.
Questo è a grandi linee il succo dell’incontro con l’autore, e anche se non mi ha convinto su tutti i punti (l’idolatrare gli Stati Uniti ad esempio), mi ha comunque persuaso a ordinare il libro in biblioteca. Quindi rimando ogni giudizio a quando lo avrò fra le mani. Intanto non mi resta che ammettere la mia infinita ignoranza documentata così bene dall’OCSE.

La Televisione degli anni ’60: quando l’Italia non era ancora catodica

Articolo pubblicato sul sito dell’associazione culturale Kuma Volontari della Cultura.

Una conferenza di Giorgio Simonelli per il ciclo di incontri dedicati agli anni ’60 in occasione del compleanno della Biblioteca Civica Lanfranchi. Simonelli insegna Storia della Radio e della Televisione all’Università Cattolica di Milano, è opinionista del programma TvTalk di Rai Educational e curatore di un blog per Il Fatto quotidiano.

Parlare degli anni ’60 al cinema o in televisione è sempre un po’ pericoloso. È diffusa l’idea che questi anni siano stati meravigliosi sotto tutti i punti di vista e che il discorso valga anche per la televisione. Si ricorda sempre l’eleganza, la rispettosità e quant’era bello vedere Eduardo De Filippo in prima serata. Simonelli ci racconta un aneddoto che è anche un antidoto alla nostalgia: durante il periodo della Restaurazione in un salotto francese si chiacchiera del passato. Una dama di mezz’età afferma che il 1789 è stato uno degli anni più belli della sua vita anche se si tagliavano le teste dei nobili, in fondo in quel periodo lei aveva vent’anni.
I nati negli anni ’50 fanno parte della generazione dei baby boomer, che hanno vissuto la loro giovinezza nel decennio successivo e che vivono di un sentimento nostalgico e antistorico quando si tenta di rievocare quel periodo.

Il televisore fa la sua apparizione nel nostro paese nel 1954, ma soltanto qualche anno più tardi cresceranno gli abbonamenti alla televisione, anche se non ancora in modo capillare. Il televisore è stato pensato come oggetto destinato all’uso domestico da sistemare in casa. Si andava a vedere la televisione al bar per necessità, perché non tutti potevano permettersela. La diffusione si completerà poi negli anni ’70, quando si troverà un televisiore per famiglia.
Gli anni ’60 vedono la crescita degli elettrodomestici. Le tappe che influenzano questo andamento sono le seguenti: nel 1956 si tengono le Olimpiadi invernali di Cortina, nel 1958 i Campionati mondiali di Svezia (anche se l’Italia non gioca), nel 1960 le Olimpiadi a Roma e nel 1961 nasce il secondo canale. I programmi che spopolano sono Lascia o raddoppia?, Il Musichiere e Campanile sera, quiz ideato per avvicinare le provincie alla televisione e che vede contrapporsi due cittadine, una del Nord Italia e una del Sud.
L’affermazione economica della televisione avviene con il celebre programma Carosello, nato nel 1957 e che lascia un’importante impronta durante tutta la durata degli anni ’60.

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Secondo Jean-Luc Godard Carosello è stata la migliore espressione del cinema italiano. L’industria cinematografica milanese viveva su questo programma, anche se all’epoca viene considerata una trasmissione sciocca e di poco conto. È l’emblema della modernizzazione, è l’Italia che passa dalla società tradizionale a quella moderna in cui si comprano gli elettrodomestici, primo fra i quali appunto il televisore. Carosello della Lavazza: Tiberio Murgia (che passa per siciliano anche se sardo) ha una moglie nordica che vuole un arredamento moderno, mentre lui è per la tradizione. A metterli d’accordo c’è naturalmente il caffè.
Carosello nasce da una serie di polemiche, dall’esigenza di fare pubblicità e una televisione pubblica con un senso rigoroso della sua missione che non vuole mischiarsi agli interessi privati. In cambio della pubblicità le aziende devono dare uno spettacolo (su un totale di 1:40 minuti, 35 secondi sono dedicati al codino, ovvero alla pubblicità effettiva del prodotto). Questa pratica dura vent’anni esatti, è il cuore di quella televisione e non solo qualche minuto di transizione. Lì c’è l’idea del ruolo della televisione nella società italiana, che porta alla modernizzazione e alla società dei consumi.

Simonelli porta in regalo alla Biblioteca un video datato 1964, anno in cui cade il suo 50esimo anno di nascita. La Biblioteca di Studio 1 propone I tre moschettieri con il Quartetto Cetra. Il programma nasce nel 1963, quando sta spopolando il Varietà di Studio 1 (che prima si chiamava Giardino d’Inverno). Negli anni ’50 si ispirava all’avanspettacolo di stampo padano con Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, poi si evolve in una direzione più raffinata prendendo spunto da Broadway e Parigi. Si fa più sontuoso e meno provinciale. Il quartetto Cetra propone 5 minuti di balletto basato sul romanzo scelto, messo in musica e in bonaria parodia, approdando alla forma della commedia musicale. Canzoni popolari e famose, anche recenti, vengono adattate alla storia. C’era in questa parodia un punto di riferimento forte: il teleromanzo. Nella tv italiana spopolava lo sceneggiato inventato dalla Rai che dava forma teatrale ad un testo narrativo.Tutta questa televisione nasce da una forte impronta teatrale che porterà anche alla produzione di molto teatro e che lo vede presenza fissa del venerdì sera. L’idea è di dare forma teatrale ai grandi romanzi: “Sceneggiato da opere edite” è il termine depositato in SIAE dalla Rai per definire questo prodotto, che ha grande successo fin dalla sua nascita. La Rai trasmette testi che non sono ancora in programma nelle scuole (come ad esempio Pirandello). Il gioco della mosca di Andrea Camilleri racconta di un fattore analfabeta che capita da lui e che guarda l’Enrico IV in televisione, facendogli poi un resoconto dettagliato e brillante della vicenda. Il patrimonio letterario e narrativo che la scuola non insegnava perché straniero o perché troppo moderno, viene intercettato dalla televisione che opera una grande trasformazione culturale.
Nel 1964 due grandi successi: Alberto Lupo divo della televisione interpreta il medico ne La Cittadella (dal filone popolare-sentimentale) e spopola lo sceneggiato de I Miserabili (un’operazione coraggiosa). A partire dal 1964 sarà il momento dello sceneggiato musicale.

Le critiche e le ostilità nei confronti della televisione non sono mai mancate: oggi lo sceneggiato viene santificato, ma alla sua nascita fu avversato da insegnanti e professori che non volevano vedere i romanzi ridotti così. I Promessi sposi arrivano in televisione solo nel 1967, dopo tutto Tolstoj, Dostoevskij e Dumas. Prima era considerato un tabù, per paura degli accaniti manzonisti e i letterati che avrebbero sparato a zero. La critica si accaniva sulla mancanza di interpretazione dell’autorialità degli sceneggiati, anche se è da riconoscere che alcuni di essi non sono stati vere e proprie banalità.

Perché questi anni ’60 sono considerati l’età d’oro? Il paese inizia a diventare catodico. La prima tribuna elettetorale è proprio del 1960 e da lì parte la tribuna politica. Grande è la crescita del valore informativo con il programma TV 7, inizia l’ascesa di questo mezzo comunicativo nel campo dell’informazione. Prima era considerata di serie B, ma nella notte del 20 luglio 1969 le sorti si ribaltano: è la televisione a trasmettere in diretta lo sbarco di Neil Armstrong sulla luna, i giornali ci arriveranno solo 36 ore dopo. Sono gli anni della lunga marcia della televisione per conquistare il primato dell’informazione.

Video storica diretta Rai:

La televisione si pone come finestra aperta sul mondo, uno strumento che racconta la realtà sapendo di non essere il mondo. Questa è la grande maturità di quella televisione rispetto alla successiva. Parlava delle cose del mondo sapendo di essere solo un segno delle cose, una riproduzione, la realtà è un’altra cosa. I teleromanzi non sostituiscono i romanzi, la telepolitica fa le veci della politica ma non è esclusivamente quella della televisione. Rappresentativo è l’atteggiamento della sigla de La Biblioteca di Studio 1: i libri esistono in biblioteca, come esiste il calcio, come esiste la politica. La televisione, secondo Pasolini, è il nuovo Fascismo e sono molte altre le critiche che piovono. Nonostante tutto c’era quella qualità consentita dai ritmi di produzione, anche se nei suoi limiti. Oggi gli spettacoli non si pensano e non si provano più. C’era l’idea che la tv non era tutto nella vita, oggi invece fa tutto: organizza vacanze, ti trova la ragazza, vende materassi.

Aveva un’autoregolamentazione, non pretendeva di esserci sempre ma aveva orari ben precisi e un calendario di riferimento. Per questo non era un paese catodico. Di notte e nei giorni di lutto non si poteva vedere. Un esempio esplicativo: tra il ’67 e il ’68 il pugile Nino Benvenuti diventa lo sfidante per il titolo mondiale dei pesi medi e deve sfidare un pugile di colore, Emile Griffith, in America. Il pugilato era uno sport che godeva di grande popolarità, non come oggi. Si disputano tre incotri al Madison Square Garden ma la televisione italiana non trasmette di notte anche se era possibile seguire l’incontro via radio. Questa pratica verrà interrotta dallo storico incontro di calcio Italia-Germania 4 a 3 del 1970.

La televisione va comunque a caccia dell’audience e del consenso. Il primo discorso sull’audience lo fa Manzoni ne I Promessi Sposi parlando de “i suoi 25 lettori”. Ma l’audience non deve essere l’unico parametro con cui lavorare. Il paese non è ancora organizzato in ritmi televisivi, ma la televisione si adatta ai ritmi del paese tenendo conto delle tradizioni. Per la televisione di oggi il 25 aprile è un giorno come un altro, ma una volta era celebrato anche dal palinsesto.

Da ricordare anche la diffusione della lingua grazie al programma Non è mai troppo tardi. È una televisione ancora fatta da letterati, mentre dagli anni ’70 agli anni ’80 avviene il passaggio del testimone agli uomini di economia. La gestione del servizio pubblico oggi: l’imperativo è far quadrare i conti a svantaggio della qualità del prodotto. Attraverso la televisione degli anni ’60 viene creata una cittadinanza che condivide tradizioni e conoscenze; questo è stato il tratto caratterizzante che l’ha resa così celebre e benvoluta.

“L’età d’oro del cinema italiano” – una chiacchierata con Paolo Mereghetti

 

Conferenza di Paolo Mereghetti presso la Biblioteca di Palazzolo sull’Oglio

Se Paolo Mereghetti non ha bisogno di presentazioni, sicuramente l’argomento trattato dalla nota firma del Corriere della Sera merita un’introduzione, ed è proprio con un dato statistico che lo storico e critico cinematografico inizia a raccontarci cosa succede nel panorama italiano degli anni del boom economico. I film del 1960 che hanno incassato di più sono La dolce vita (con 2 miliardi e 220 milioni di lire), Rocco e i suoi fratelli, La ciociara e Tutti a casa. Questi numeri la dicono lunga sul clima culturale dell’epoca.

Questi anni d’eccellenza del cinema italiano sono un’anomalia mondiale, soprattutto rispetto agli Stati Uniti, che vivono il punto più basso della storia di Hollywood (Cleopatra del 1963 segna la fine del periodo d’oro del cinema americano, flop per la Fox e inizio della diffusione della televisione) e rispetto al resto d’Europa dove si allarga a macchia d’olio il fenomeno delle Nouvelle Vague a partire dalla prima “ondata”, in Francia, con I 400 colpi di François Truffaut. Ai teorici e sostenitori della “nuova ondata” non interessa più il cinema ben fatto che tenta di imitare la realtà, anzi, “si mandano a ramengo” (cit.) tutte le tradizioni cinematografiche formali e stilistiche. In Inghilterra il movimento dei giovani arrabbiati fomentati dall’opera Look back in anger nasce dalla letteratura e dal teatro propagandosi fino al cinema. Anche in Cecoslovacchia, in Ungheria e in Scandinavia si possono osservare fenomeni simili. L’Italia è l’unico paese in cui questa rivoluzione culturale non prende piede. Bernardo Bertolucci con Prima della rivoluzione e Marco Bellocchio con Pugni in tasca faticano ad emergere enon possono dirsi gli iniziatori di un vero e proprio movimento di rivolta.

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Come si fa a mettere in discussione un film rivoluzionario come La dolce vita? Il rinnovamento italiano passa attraverso la commedia: i cineasti si lasciano alle spalle la lezione del Neorealismo, che aveva a sua volta abbandonato la costruzione a tavolino dei telefoni bianchi. Il cinema neorealista di Roberto Rossellini mostra un’Italia diversa rispetto a quella delle colpe, girando il materiale cinematografico sulle macerie dell’Italia del dopoguerra.

La riflessione intellettuale più attenta non aveva compreso la componente popolare del cinema, suo punto di forza nel suo percorso d’evoluzione (non a caso Pane amore e fantasia viene aspramente criticato). Attraverso una forma artistica – che condensa il rapporto con il mondo reale – viene data una forma comprensibile ai grandi temi sociali. Anche i melodrammi di Raffaello Matarazzo, dietro cui si nascondeva lo scontro di classe, vengono sottovalutati.

Oggi il cinema non ha più l’ambizione di leggere il mondo.

Non bisogna dimenticare che l’Italia di quegli anni è nettamente divisa tra lo scontro ideologico-politico di destra e sinistra aggravato dalla presenza incombente della guerra fredda; è un periodo in cui schierarsi sembra l’unica cosa possibile da fare e il cinema è costretto a fare i conti con queste dinamiche, ritrovandosi a tralasciare l’Italia appena passata del Fascismo e della Resistenza. Certamente le eccezioni non mancano: nel 1959 Mario Monicelli rappresenta La Grande Guerra affrontando un tema tabù (tanto che è costretto a girare in Jugoslavia) e l’anno seguente Luigi Comencini racconta l’8 settembre della Seconda Guerra Mondiale nel film Tutti a casa. L’unica forma cinematografica che sopravvive è la commedia, che pian piano impara a raccontare un paese sorridendo (Totò e Carolina, Guardie e Ladri non sono film di sole situazioni di comicità pura). Da una parte la commedia si apre e si fa ambiziosa, confrontandosi con la Storia, dall’altra i registi tengono in considerazione il pubblico, non più da disprezzare e ignorare. Nel 1956 sono venduti più di 800 milioni di biglietti, a dimostrazione che le persone avevano voglia di andare al cinema.

Durante gli anni dell’età d’oro le storie narrate sono appassionanti, ma portano anche ad una riflessione. Dino Risi in Una vita difficile racconta i compromessi ideali del paese e il decadimento generale della morale, condensando questi temi importanti in una scena comica ed emblematica come quella della cena dei ricchi aristocratici. Il regista rappresenta l’euforia dell’Italia del boom ne Il sorpasso, dove il protagonista vive alla giornata e poco si preoccupa di ciò che gli accade. Questo è un cinema che racconta il paese dietro una risata e dietro una cattiveria. Le commedie più dure segnano il fallimento dei valori morali dei personaggi disegnando un bilancio amaro, nessuno viene mai assolto. Il Gattopardo fu un romanzo accusato di essere reazionario, letto come se volesse giustificare l’Italia che non cambiava. Il regista ufficiale del Partito Comunista, Luchino Visconti, prende questa storia così discussa dalla sinistra italiana e la trasforma in un film che piace grazie alla rilettura di un Risorgimento meno discutibile. Il federale è un film che nasce da un’idea di Luciano Salce per sdoganare Ugo Tognazzi dalle commedie di basso livello della televisione e riscattarsi come attore. Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy e tanti altri film di quel tempo dimostrano una grande capacità di fare i conti con la Storia.

Ciò che colpisce ne La dolce vita è la durata temporale del film: Federico Fellini è talmente forte del suo racconto da potersi permettere di dimenticare lo svolgimento cronologico e la durata effettiva degli avvenimenti rispetto alla narrazione classica, che costringeva a rendere sempre chiaro allo spettatore quanti giorni si svolgesse una storia. È il racconto lucido dello sbandamento italiano che vede già le crepe e la crisi dei valori. Dal1963 Fellini si dedicherà al tema della psicanalisi in . Continua con Amarcord la riflessione sul Fascismo in Italia, fissando su pellicola un paese a cui è impedito di crescere. Ma Fellini non è l’unico a considerare il Cinema una finestra spalancata sul mondo capace di far guardare avanti, non si può non citare I compagni di Mario Monicelli sul compromesso sindacale, I due marescialli di Totò…

La società ha perso il polso del reale, si perde la proporzione delle cose e il cinema ne risente. I film che segnano la fine di questo periodo di consapevolezza sono: In nome del popolo italiano e Il borghese piccolo piccolo. Troppe insegnanti sotto la doccia e cose simili – ha commentato Mereghetti a proposito della situazione cinemografica italiana degli ultimi quarant’anni. Negli anni ’60 Corso Vittorio Emanuele a Milano pullulava di cinema. Per un pugno di dollari e Accattone si osservavano, guardinghi, dai due lati della strada e la gente andava a vederli entrambi.

La gente di oggi, abituata com’è alla chiarezza delle fiction della televisione, non ha più l’elasticità mentale e l’entusiasmo per vedere cose nuove.

Articolo pubblicato sul sito dell’associazione Kuma Volontari della Cultura.

Ciclo di incontri “La donna immaginata”

L’immagine della donna tra realtà e finzione: dalla nascita di alcuni sterotipi all’uso dell’Arte per perpetrare condizionamenti sociali. O tavolta, per combatterli.

Per la serie di conferenze promosse dalla Biblioteca Civica Lanfranchi (Palazzolo sull’Oglio), il professore Massimo Rossi presenta l’incontro La donna inventata parlandoci delll’ambiguità della figura femminile nel discorso artistico e letterario nell’età moderna.
Il professor Rossi inizia demolendo una convinzione comune: non è stato il Medioevo il periodo più buio per l’immagine della donna (comunque considerata come un’appendice malfunzionante dell’uomo), la sua penalizzazione è stata invece maggiormente marcata durante l’epoca rinascimentale. La Riforma e la Controriforma modificano la percezione della donna nell’Arte, ma soprattutto il rapporto fra i sessi, come ci viene mostrato in note opere di Giuseppe Maria Crespi (
La sguattera, La toeletta). L’osservatore disincantato del tempo guardava la donna in modo realistico e non pietistico, o ironico (come avrebbe potuto fare un artista come Pitocchetto). Le rappresentazioni della donna diventano sempre più stereotipate, gli artisti le ritraggono come un modello di ammirabile virtù, o di deprecabile vizio. Sull’onda di questo pregiudizio emergono opere indirizzate ad un sentimentalismo erotico che giudica la condizione discutibile della donna ritratta (ad esempio La brocca rotta di Jean-Babtiste Greuze del 1771 che allude alla perdità della verginità).
Viene riscontrata una tendenza curiosa dell’epoca settecentesca: le donne nobili erano più libertine, libere di piegare la legge a proprio piacimento; le donne del popolo erano sottomesse alla legge morale imperante, subendo passivamente le regole confezionate appositamente per loro.

William Hogarth, artista ironico e pungente, non manca di rappresentare la sua personale visione del mondo attraverso la sua serie La carriera del libertino, ciclo pittorico comprendente otto tele realizzate nel triennio 1733-35. In una di queste, Il matrimonio, il libertino Tom (protagonista della serie), si appresta a prendere in sposa una vecchia ereditiera nella chiesa di Mary le Bone, famosa per ospitare matrimoni segreti. Nella tela si possono intravedere i Dieci Comandamenti stagliarsi sul libertino che già mette gli occhi sulla serva della sposa. Altri elementi rimarcano l’ironia della situazione, come il verde delle piante a rappresentare il desiderio e l’inverno della vecchiaia. La mattina, sempre di Hogarth, è uno dei tanti dipinti minuziosamente studiati dal regista Stanley Kubrick per la realizzazione di Barry Lyndon, di cui segue fedelmente costumi e atmosfere ma dalla cui vena maliziosa si allontana.

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Rimanendo in tema di matrimonio, pare impossibile dimenticarsi di un’opera famosa come I coniugi Arnolfini di Van Eyck (1434): quadro dalle interpretazioni non risolte poiché realizzato molto prima del matrimonio, avvenuto addirittura dopo la morte dell’artista. Poteva essere una promessa di matrimonio, ma anche una dichiarazione di tradimento. Infatti alcuni ipotizzano che la firma dell’artista sopra il letto e il nome “Arnolfo” (tipico dell’uomo cornuto) facciano credere che il pittore fosse l’amante della futura sposa. Flavio Caroli propone una lettura diversa: i coniugi ritratti non sarebbero gli Arnolfini ma i Van Eyck (ipotesi appoggiata dal fatto che le fattezze sono lontane dallo stereotipo italiano e molto più vicine a quello nordico).
L’attenzione ai dettagli racconta molto sulla suddivisione dei ruoli: le pantofole dell’uomo sono più vicine alla finestra, forse ad indicare il maggiore coinvolgimento della sua vita verso l’esterno; quelle della donna sono accanto al letto, per ribadire la sua funzione di moglie e futura madre legata alla casa.

Per quanto riguarda il canone della bellezza rinascimentale, esso cambia notevolmente non per questioni estetico-filosofiche ma per motivazioni molto più pratiche: l’aumento della qualità e della quantità dell’alimentazione. Le donne erano molto più magre nel Medioevo, mentre nell’età moderna il grasso denota agiatezza. La donna formosa diventa uno status sociale da esibire (un esempio interessante è quello di Morpurgo, scrittore che nel 1536 elenca le 33 perfezioni della donna in un libro dedicato al costume della figura femminile).

Parlando della condizione femminile nell’epoca moderna è d’obbligo un salto nella letteratura. Madame de Sevigné è un personaggio interessante che si sgancia da alcuni luoghi comuni del tempo. Si sottrae al monastero e sposa un gentiluomo bretone che, fortunatamente per lei, muore poco dopo il matrimonio lasciandola vivere da donna libera. La fanciulla decide di diventare scrittrice e nella sua serie di lettere alla nipote consiglia alla giovane di leggere romanzi, oggetti malvisti dalla società che aprono la mente e il pensiero.
Tornando ai celebri nomi della pittura, il relatore si sofferma su tre figure importanti. Una di queste è Artemisia Gentileschi, nata nel 1593 e figlia del pittore romano Orazio (a contatto con Caravaggio). Uno sgradevole episodio segna la sua vita e la sua pittura: viene violentata da Agostino Tassi, anch’egli pittore, con la complicità di un’amica di lei. Nella Decapitazione di Oloferne tenta di rivalersi su di lui, vendicandosi e mostrando il proprio disprezzo attraverso l’Arte. Il processo e il trattamento spregevole subito da Artemisia porta alla reclusione del suo stupratore per pochi mesi. Analizzando il dipinto, il critico Roland Barthes paragona le due donne a due lavoranti sul punto di sgozzare un maiale, scena che assume l’aria di un’operazione meccanica e quotidiana. La serva, abituata a compiti analoghi, non mostra turbamento, mentre al contrario la padrona è disgustata e consapevole dell’omicidio che sta commettendo.

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Altri sono gli esempi dell’emancipazione della donna attraverso l’Arte: Elisabetta Sirani (della scuola bolognese seicentesca) morta giovane e forzata ad abbandonare la pittura. Riuscì comunque ad emergere nonostante l’opposizione del padre. Realizzò quadri per la devozione privata, ma anche incisioni all’acquaforte. Era malvista dall’ambiente artistico frequentato dal padre ed eseguì alcune sue opere in pubblico per dimostrarne l’autenticità dei suoi dipinti. Clara Peeter fu una pittrice fiamminga che si dedicò alle nature morte.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell’associazione Kuma Volontari della Cultura al seguente link: http://kumapalazzolo.wordpress.com/2014/03/06/ciclo-di-incontri-la-donna-immaginata/

 

Stefano Benni racconta Pinocchio e Alice nel Paese delle Meraviglie

Trascrizione di una conferenza tenuta dallo scrittore Giovedì 16 maggio 2013 nell’Auditorium di Piazza della Libertà di Bergamo.

Stefano Benni racconta Pinocchio e Alice nel Paese delle Meraviglie mettendoli parallelamente a confronto, basandosi su delle sue recenti riflessioni innescate dalla rilettura di tali testi.

 Numerosi autori e artisti hanno disquisito a proposito di Alice, tra cui John Lennon che gioca con le atmosfere sognanti di Lucy in the Sky with Diamonds ed Italo Calvino che sotto le mentite spoglie di Tonio Cavilla invita i lettori de Il barone rampante ad intenderlo sulla falsa riga del romanzo di Carroll; ma gli esempi si sprecano e potremmo citare anche Barthes ed Eliot tra gli amanti di Alice. Tutti i libri per bambini sono innanzitutto una lettura costretta e in secondo luogo sono sempre e comunque commentati da adulti, con i loro punti di vista e con le loro concezioni della vita. La prospettiva è quella di adulti che rivivono, rimpiangono e rimodulano la propria infanzia attraverso un’opera letteraria. Ma sono davvero libri per bambini? Una cosa è certa, non per questo sono semplificati per piacere a tutti i bambini.

Gli autori

Primo tratto fondamentale da prendere in considerazione rispetto ai due autori è l’infanzia: vissuta per entrambi in relativa libertà e seguita poi da un ordine più oppressivo. Carroll fino ad 11 anni visse spensierato, dal momento in cui iniziò gli studi il suo stile di vita si irrigidì ed assunse tratti più severi. La matematica in primis, poi la vocazione che lo portò a divenire diacono. Lorenzini proveniva da una famiglia povera dove lutti e miseria erano all’ordine del giorno. Scelse il giornalismo come strada maestra con la speranza di cambiare qualcosa del contesto che lo circondava. In questo primo confronto abbiamo l’aristocratica di Oxford contro una Toscana povera ed affamata. Mettiamo a confronto due scene: il the dal cappellaio matto è un evidente spreco di cibo. Invece quando si entra in casa di Geppetto si nota sul muro il disegno di una pentola ideale e sognata, che nella realtà però non possiede. In questo dettaglio c’è tutto il sogno contadino dell’abbondanza.

 Lewis Carroll, conformista, balbuziente e noioso incontra Alice Liddel (la stessa Alice che con l’aiuto di John Ruskin diverrà un’artista) e le sue sorelle. Riscopre così la sua infanzia persa nel passato grazie al rapporto giocoso che allaccia con le tre bambine, coltivando la passione di fotografarle. Sovviene un paragone con Lolita: in Alice la questione dell’eros è molto diversa rispetto a com’è trattato in Nabokov, è a disposizione del lettore che voglia trovarlo tra le righe ma non è dichiarato, come invece è in Lolita. Inoltre Alice è la salvezza di Carroll, Lolita la rovina di Hubert. È grazie ad Alice che il grigio reverendo ricomincia a giocare. Carlo Collodi è al contrario descritto come un personaggio allegro, donnaiolo e polemico. Inizia la sua carriera di scrittore per bambini adottando un nuovo metodo, il primo Pinocchio a puntato è cupo e violento, addirittura alla fine viene impiccato (e poi resuscitato).

Inizi

Collodi scrive una fiaba realista, il primo nemico che Pinocchio incontra è un carabiniere e questo è un tratto vicinissimo alla realtà in cui viveva. Alice inizia invece con la caduta, l’adulto ormai scrittore ricorda così le paure d’infanzia, con un tributo alla sua ennesima fobia. Entrambi si possono considerare libri allegri ma allo stesso tempo pieni d’ombre delle riflessioni sulla morte dell’infanzia. E in questo risiede il fascino di questi scritti ambigui.

Vediamo ora delle differenze tra i due romanzi: Carroll nasconde sotto la fiaba surreale un bisogno d’anarchia mentre in Collodi la quotidianità non basta più, sono entrambi scontenti della vita reale. Alice è una sognatrice: “Let’s pretend”, continua a ripetere. Non è però un sogno condiviso il suo, ma una fantasia solitaria. Pinocchio è un ragazzo di strada, avventuriero e teppista. Non pensa e non ragiona, parte per la tangente senza riflettere sulle sue azioni. Il Mondo di Carroll è di sogno e non gerarchico, le regole della realtà si sfaldano, liberandosi della logica della Matematica. Alice è la trasgressione in persona, imprevedibile e smisurata nei comportamenti e in balia di leggi fisiche assurde. L’invenzione di Alice ha in qualche modo a che vedere con tutto ciò che non ha potuto fare da bambino. Il movimento della protagonista è cadere, ruotare danzare, fluttuare e avanzare come scacchi. Pinocchio è al contrario ben radicato nel mondo reale: è la sua origine genetica a renderlo fiabesco. Polemico, pigro ed imprevedibile, i suoi movimenti sono correre, scappare, fare a botte, viene divorato e divora.

Alice rappresenta l’invadenza pedagogica vittoriana, è infatti sempre interpellata e interrogata. Non è né buona né cattiva, assiste però senza muovere un dito a fatti terribili e al. sadismo e cattiveria degli adulti. Nel concludersi delle vicende Alice deve dichiarare di aver sognato e rientrare nel senso; Pinocchio deve avere una morale, diventare un bambino reale.

Reazioni

Alice è un libro che ottiene un grande successo ma viene considerato eccessivo. La madre di Alice Liddel interrompe l’amicizia con il reverendo e da qual momento i due si manderanno solo lettere. Pinocchio ha meno successo, questo forse per il cattivo esempio educativo che dava ai giovani lettori. È anche uno scorcio sull’ossessione del denaro e del lavoro, poiché Geppetto crea Pinocchio solo in vista di far soldi. Solo successivamente inizierà a provare per lui un sentimento di affetto. In Alice non si parla mai di denaro, siamo ad Oxford e nessuno sembra sentirne il bisogno. Nessuno lavora o fa qualcosa di produttivo. Il cappellaio non fa il cappelliere, il carpentiere mangia ostriche e solo le carte della regina lavorano nel vero senso del termine.. È un mondo di perditempo. Pinocchio ha sempre fame, una fame contadina che lo induce a divorare il mondo per non essere divorato a sua volta. Alice morde pezzettini di qualsiasi cosa, si mangia e si beve in continuazione e in modo esagerato (fino ad arrivare al grottesco divoramento delle ostriche da parte del tricheco). L’incontro con gli animali nelle due storie è fondamentale. Lo zoomorfismo in Alice è fantastico e inventato, le figure che tagliano la sua strada sono deliranti: il Grifone, il Dodo, il Liocorno e l’immancabile Bianconiglio. In Pinocchio gli animali sono più comuni: il gatto, la volpe, il grillo, il falco, il cane barbuto in livrea, il serpente, le lumache e tantissimi asini (dove è nato Collodi c’era una gran quantità di queste specie).

John Tenniel 2

Un’illustrazione di John Tenniel nel 1886

Rapporto con gli altri

Alice non incontra mai nessuno ed entrambi i personaggi incontrano sempre adulti cattivi, ambigui, mascherati. Pinocchio incontra i carabinieri, il giudice, l’omino di burro. “La fata è una carogna” afferma Benni: seduce e scompare senza lasciare tracce di sé. In Alice è più difficile distinguere buoni e cattivi, tutti però la mettono in difficoltà; anche Pinocchio deve diventare per bene, mentre Alice vaga cercando di spiegare la sua anormalità e il suo lato folle. I tranelli per lei sono nascosti, non è la regina il vero nemico da fronteggiare, ma l’uomo uovo in dietro lo specchio ad esempio. L’ignoto è la paura.

Finali

Manganelli afferma che Pinocchio si suicida. Sono entrambi esempi di libertà per tutti, ma scontano a caro prezzo questo privilegio. La loro natura ostinata e difformità li salva alla fine riuscendo a difendere la propria diversità. Pinocchio ha i piedi bruciati, fa a botte, viene impiccato, fritto, va in prigione, è mangiato dal pesce, si trasforma in asino, ma resiste e rimane legno, il materiale contadino di cui è fatto. Ad Alice viene tolta tutta la misura e viene annegata nelle lacrime, drogata, allungata. Resiste perché è una sognatrice e riesce a non avere paura.

Stile

Collodi scrive in un italiano bellissimo con fiorentinismi musicali. Carroll sconvolge tutta l’arte inglese del discorso, costernata dai tranelli fra matematica e follia. Nessuno dei due semplifica in modo che i bambini possano capire meglio. Dove si incontrano i due libri? Nei Beatles, in Carmelo Bene, in Zazie nel metrò, in Angela Carter, nei disegni di Enrico Mazzanti e Walter Molino. E poi Walt Disey: non sa niente degli italiani ma anche lui ha dato il suo contributo.

 Chiude con una frase sull’infanzia:

Non è mai tardi per avere un’infanzia felice.

Lo scrittore citato è ovviamente Stefano Benni.