Amarsi solo per lettera: La provinciale di Mario Soldati

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Giorni fa, chiusa in una sala umida dalle temperature tropicali, ho visto Mario Soldati come non l’avevo mai visto: nelle vesti di regista.

Una donna visibilmente nervosa esce di casa sfuggendo ai richiami dell’amica che la osserva attraverso le persiane. Cerca di vendere un braccialetto al banco dei pegni, ma invece di essere d’oro si dimostra un falso.
Gina Lollobrigida è Gemma Foresi, La provinciale di Mario Soldati del 1953, film che racconta a ritroso la storia che porta la protagonista ad un crollo nervoso e all’accoltellamento dell’amica apparentemente solo un po’ chiassosa.

Tutto il film è un lungo flashback puntinato da diverse prospettive, quelle della madre della ragazza, quella del marito e infine quella di Gemma, la più rivelatoria e sconvolgente. Trascorre le estati nella villa di alcuni amici e sogna una vita migliore di quella con la madre, affittacamere di Lucca. Spera di sposare il suo primo e unico amore, Paolo, di vivere nel lusso, di condurre un’esistenza da sogno. Ma a Gemma tocca arrendersi alla vita che le capita e lo fa con una passività totale, sposando un professore di Fisica per cui non prova che tiepidi sentimenti.

Abbiamo abbastanza ricordi insieme per stare lontani dieci mesi?

Questo di Soldati è un film di colpevoli, di rimorsi e di ultime occasioni perse. Gemma la si vorrebbe scuotere, e invece sfugge, andando alla deriva. Sua madre non la mette in guardia quando dovrebbe, la lascia scivolare nell’illusione di un sogno e la risveglia bruscamente rivelandole, solo dopo mesi di lettere e di speranze, che l’uomo che ama è il suo fratellastro. Franco, il professore immerso tra le carte, si inserisce perfettamente nel vuoto lasciato da questo amore disperato e conquista la donna. Lui stesso riconosce la sua apatia nei confronti della moglie, il suo disinteresse per i suoi pensieri, tanto si è dedicato ai suoi libri ricordandosi solo saltuariamente della muta presenza di Gemma al suo fianco. Ma la meno nobile dell’intera vicenda è sicuramente la contessa Elvira, l’amica vivace e allegra, un personaggio terribile e splendido, che distrugge la vita di Gemma approfittando dei suoi errori.

Una vista magnifica che piaceva soltanto a te

La provinciale si muove nell’atmosfera piatta e afosa nella campagna toscana, dove nessun dettaglio è di troppo, e la noia di Gemma è la noia di tutta la città, di tutti i suoi abitanti.

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Alla mamma piaceva pensare

Tutti acquistano e leggono una biografia di un personaggio celebre con lo scopo principale di trovar rivelato qualche  pensiero che li renda un po’ più umani. Quello che fa Diane Keaton in questo suo scritto è ancora di più, perché i suoi racconti di vita nel mondo del cinema calano in secondo piano rispetto alla sua vita più “umana”. Preferisce restituirci l’annebbiato rapporto con la madre facendoci partecipare alla scoperta dei diari di lei, letti per la prima volta dopo la sua morte. E si parla tanto anche di Woody Allen e di quelle pellicole meravigliose che rimpiango tanto come Manhattan, Amore e guerra, Io e Annie, Il dormiglione.  Ma la Diane che traspare tra una vicenda e l’altra risulta più comune del previsto. Tutte le sue insicurezze, timori e nevrosi trovano riscontro nella presenza lontana della madre e nel rapporto che ha avuto con questa controversa Dorothy Hall, donna premurosa con il pallino della scrittura e i collage, sempre in bilico tra le sue aspirazioni e la vita concreta.

Diane Keaton – Annie Hall, fa riferimento in continuazione alle sue radici sulla West Coast, ricordandoci che non possiamo mai tralasciare il ricordo dell’angolo, per quanto piccolo, da cui proveniamo. Chi amiamo e chi abbiamo amato. Tutto questo si sedimenta sulla nostra pelle, come i luoghi che hanno contemplato chi siamo davvero.

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Nei vecchi cassetti e tra le mura di pietra di casa Hall hanno preso forma pagine e pagine sgualcite dove Dorothy ha coltivato i propri rimpianti. Diane si sofferma sugli errori commessi nella sua vita cercando di fornire loro un’origine. Quanto è consolante darsi spiegazioni; potendo, vivremmo solo di quelle. Non tutti i dolori si prestano ad essere deframmentati e analizzati, non tutte le sofferenze possono essere aggirate da una spiegazione logica che le renda un po’ più sterili ai nostri occhi stanchi.

Far ricondurre la propria esistenza alla famiglia può forse sembrare una via facile e un po’ scontata, ma è in fondo quello che riesce a toccarci più a fondo, ciò che ci appartiene in via primaria e pura.

Diane ritrova in sua madre le sue passioni, tratti comuni, ed è estremamente consolante. Oggi come allora, il titolo del libro, e nel fluire del tempo, non siamo più soli. Sapere e capire che il proprio posto non è completamente frutto del caso.

Sua madre, che ha dedicato tutta una vita ad accudire la propria famiglia, il proprio marito e la propria casa come si addice ad una madre di buona famiglia, tra i libri e i ricettari nascondeva qualche riflessione spiegazzata. Strati e strati di pensieri formulati sulla costa, che scivolano come i prati falciati alle sue spalle. Porzioni immense di desideri soffocati. Rimpianti forse, ma anche tanta iniziativa e impegno che la indussero ad iscriversi all’università e a laurearsi all’età di 40 anni. Quale smacco per lei se non ammalarsi gravemente di Alzheimer e perdere la totale cognizione dei gesti e dei pensieri che l’hanno accompagnata per una vita? Come coronare il proprio presente con la mancanza di un passato a cui rivolgersi nei momenti di contemplazione? Senza un passato proprio e altrui non avremmo niente da raccontarci e niente da capire.

I pensieri di Dorothy erano per se stessa e per nessun altro, ha prodotto pagine scritte per anni ed anni senza mai condividerle, mantenendo racchiusa in un po’ di carta tutta la sua malinconica saggezza. È proprio perché sono nati senza pubblico che sanno di autentico.

Diane preferisce parlare di questo piuttosto che dei suoi successi, forse imprescindibili dallo spirito combattivo e straordinario di sua madre.

 

Pane e tulipani

Rivisto recentemente questo dolcissimo film di Silvio Soldini, mi ricorda una gita solitaria a Santa Marta.

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Rosalba, da quando lei è partita la vita è una palude,
la notte mi tormenta e il giorno mi delude.
Se ho fatto questo viaggio vi è un’unica cagione:
che lei torni a illuminar la mia magione.

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Ancora una volta la felicità ha bussato invano alla mia porta.
E tu hai aperto?
Sono stato sordo e ora languo.

“L’età d’oro del cinema italiano” – una chiacchierata con Paolo Mereghetti

 

Conferenza di Paolo Mereghetti presso la Biblioteca di Palazzolo sull’Oglio

Se Paolo Mereghetti non ha bisogno di presentazioni, sicuramente l’argomento trattato dalla nota firma del Corriere della Sera merita un’introduzione, ed è proprio con un dato statistico che lo storico e critico cinematografico inizia a raccontarci cosa succede nel panorama italiano degli anni del boom economico. I film del 1960 che hanno incassato di più sono La dolce vita (con 2 miliardi e 220 milioni di lire), Rocco e i suoi fratelli, La ciociara e Tutti a casa. Questi numeri la dicono lunga sul clima culturale dell’epoca.

Questi anni d’eccellenza del cinema italiano sono un’anomalia mondiale, soprattutto rispetto agli Stati Uniti, che vivono il punto più basso della storia di Hollywood (Cleopatra del 1963 segna la fine del periodo d’oro del cinema americano, flop per la Fox e inizio della diffusione della televisione) e rispetto al resto d’Europa dove si allarga a macchia d’olio il fenomeno delle Nouvelle Vague a partire dalla prima “ondata”, in Francia, con I 400 colpi di François Truffaut. Ai teorici e sostenitori della “nuova ondata” non interessa più il cinema ben fatto che tenta di imitare la realtà, anzi, “si mandano a ramengo” (cit.) tutte le tradizioni cinematografiche formali e stilistiche. In Inghilterra il movimento dei giovani arrabbiati fomentati dall’opera Look back in anger nasce dalla letteratura e dal teatro propagandosi fino al cinema. Anche in Cecoslovacchia, in Ungheria e in Scandinavia si possono osservare fenomeni simili. L’Italia è l’unico paese in cui questa rivoluzione culturale non prende piede. Bernardo Bertolucci con Prima della rivoluzione e Marco Bellocchio con Pugni in tasca faticano ad emergere enon possono dirsi gli iniziatori di un vero e proprio movimento di rivolta.

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Come si fa a mettere in discussione un film rivoluzionario come La dolce vita? Il rinnovamento italiano passa attraverso la commedia: i cineasti si lasciano alle spalle la lezione del Neorealismo, che aveva a sua volta abbandonato la costruzione a tavolino dei telefoni bianchi. Il cinema neorealista di Roberto Rossellini mostra un’Italia diversa rispetto a quella delle colpe, girando il materiale cinematografico sulle macerie dell’Italia del dopoguerra.

La riflessione intellettuale più attenta non aveva compreso la componente popolare del cinema, suo punto di forza nel suo percorso d’evoluzione (non a caso Pane amore e fantasia viene aspramente criticato). Attraverso una forma artistica – che condensa il rapporto con il mondo reale – viene data una forma comprensibile ai grandi temi sociali. Anche i melodrammi di Raffaello Matarazzo, dietro cui si nascondeva lo scontro di classe, vengono sottovalutati.

Oggi il cinema non ha più l’ambizione di leggere il mondo.

Non bisogna dimenticare che l’Italia di quegli anni è nettamente divisa tra lo scontro ideologico-politico di destra e sinistra aggravato dalla presenza incombente della guerra fredda; è un periodo in cui schierarsi sembra l’unica cosa possibile da fare e il cinema è costretto a fare i conti con queste dinamiche, ritrovandosi a tralasciare l’Italia appena passata del Fascismo e della Resistenza. Certamente le eccezioni non mancano: nel 1959 Mario Monicelli rappresenta La Grande Guerra affrontando un tema tabù (tanto che è costretto a girare in Jugoslavia) e l’anno seguente Luigi Comencini racconta l’8 settembre della Seconda Guerra Mondiale nel film Tutti a casa. L’unica forma cinematografica che sopravvive è la commedia, che pian piano impara a raccontare un paese sorridendo (Totò e Carolina, Guardie e Ladri non sono film di sole situazioni di comicità pura). Da una parte la commedia si apre e si fa ambiziosa, confrontandosi con la Storia, dall’altra i registi tengono in considerazione il pubblico, non più da disprezzare e ignorare. Nel 1956 sono venduti più di 800 milioni di biglietti, a dimostrazione che le persone avevano voglia di andare al cinema.

Durante gli anni dell’età d’oro le storie narrate sono appassionanti, ma portano anche ad una riflessione. Dino Risi in Una vita difficile racconta i compromessi ideali del paese e il decadimento generale della morale, condensando questi temi importanti in una scena comica ed emblematica come quella della cena dei ricchi aristocratici. Il regista rappresenta l’euforia dell’Italia del boom ne Il sorpasso, dove il protagonista vive alla giornata e poco si preoccupa di ciò che gli accade. Questo è un cinema che racconta il paese dietro una risata e dietro una cattiveria. Le commedie più dure segnano il fallimento dei valori morali dei personaggi disegnando un bilancio amaro, nessuno viene mai assolto. Il Gattopardo fu un romanzo accusato di essere reazionario, letto come se volesse giustificare l’Italia che non cambiava. Il regista ufficiale del Partito Comunista, Luchino Visconti, prende questa storia così discussa dalla sinistra italiana e la trasforma in un film che piace grazie alla rilettura di un Risorgimento meno discutibile. Il federale è un film che nasce da un’idea di Luciano Salce per sdoganare Ugo Tognazzi dalle commedie di basso livello della televisione e riscattarsi come attore. Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy e tanti altri film di quel tempo dimostrano una grande capacità di fare i conti con la Storia.

Ciò che colpisce ne La dolce vita è la durata temporale del film: Federico Fellini è talmente forte del suo racconto da potersi permettere di dimenticare lo svolgimento cronologico e la durata effettiva degli avvenimenti rispetto alla narrazione classica, che costringeva a rendere sempre chiaro allo spettatore quanti giorni si svolgesse una storia. È il racconto lucido dello sbandamento italiano che vede già le crepe e la crisi dei valori. Dal1963 Fellini si dedicherà al tema della psicanalisi in . Continua con Amarcord la riflessione sul Fascismo in Italia, fissando su pellicola un paese a cui è impedito di crescere. Ma Fellini non è l’unico a considerare il Cinema una finestra spalancata sul mondo capace di far guardare avanti, non si può non citare I compagni di Mario Monicelli sul compromesso sindacale, I due marescialli di Totò…

La società ha perso il polso del reale, si perde la proporzione delle cose e il cinema ne risente. I film che segnano la fine di questo periodo di consapevolezza sono: In nome del popolo italiano e Il borghese piccolo piccolo. Troppe insegnanti sotto la doccia e cose simili – ha commentato Mereghetti a proposito della situazione cinemografica italiana degli ultimi quarant’anni. Negli anni ’60 Corso Vittorio Emanuele a Milano pullulava di cinema. Per un pugno di dollari e Accattone si osservavano, guardinghi, dai due lati della strada e la gente andava a vederli entrambi.

La gente di oggi, abituata com’è alla chiarezza delle fiction della televisione, non ha più l’elasticità mentale e l’entusiasmo per vedere cose nuove.

Articolo pubblicato sul sito dell’associazione Kuma Volontari della Cultura.

Varietà Jasmine

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Finalmente, dopo 10 anni di Woody Allen vagamente insipido e vuoto di idee realmente interessanti, ecco una visione che merita il tempo speso.

Dopo averci soffocato con le sciocche aspirazioni di Christina, guidato tra i magnifici boulevard parigini in compagnia di personaggi insignificanti (anche se non nego che il cliché dell’ambientazione ha avuto su di me un certo ascendente), annoiato con To Rome with Love, intriso di stereotipi fino all’ultimo fotogramma, Woody ci regala un piccolo dramma sperimentale ben riuscito. Piccolo perché la trama è ordinaria e senza pretese: Jasmine ha sperperato il denaro e il significato della sua vita in un mondo dorato e precostruito, la cui distruzione ha portato al suo esaurimento nervoso. Da Park Avenue alla West Coast, Jasmine si trapianta a casa della sorellastra Ginger, conducendo una vita molto lontana da ciò a cui era abituata a New York sotto la protezione del marito – truffatore, traditore, poi suicida.

Privato della recitazione di Cate Blanchett forse questo film non avrebbe funzionato, ma grazie a questo personaggio esagerato e prossimo al crollo psicologico e alla conduzione della storia in parallelo che mostra il suo recente passato, questa vicenda in fondo così drammatica non risulta mai pesante. Le situazioni vissute tragicamente da Jasmine sfiorano la follia, ma la narrazione è così ben giocata sull’umorismo e la leggerezza che non si scade mai nel commovente o melodrammatico. Questo grazie anche ai personaggi concretissimi che la circondano, anche se forse poco caratterizzati (ad eccezione della sorella).

Anche il finale, aperto ed inaspettato, non volge ad una destinazione sicura, mantenendo la storia su un livello di comicità che traina tutto il film.

Se la prima tranche della pellicola sembra non voler approdare da nessuna parte, la seconda invece riesce nell’intento di comunicare allo spettatore la futilità di tutte le energie spese dalla protagonista. La sua superficialità e assurdità si avverte in ogni singolo sguardo che giunge allo spettatore: la sua compiutezza sta proprio nel fatto che non provoca né pietà, né commozione, né partecipazione anche se i fatti sono raccontati dal suo punto di vista.

Il mio scetticismo su Argo di Ben Affleck

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Recensione pubblicata anche sul sito Cineteatronews a questo link: http://www.cineteatronews.com/2013/10/04/argo-si-argo/

La presenza di Ben Affleck alla regia incuriosisce, quindi nonostante le mie reticenze sono andata a vedere questo acclamatissimo e pluripremiato Argo. Purtroppo non è il capolavoro che prometteva, ma lo sforzo di voler produrre qualcosa di originale c’è, e si vede. Soprattutto nella parte iniziale del film si viene coinvolti dalla frenesia della folla di rivoluzionari che attacca l’ambasciata americana a Teheran per portare in ostaggio i diplomatici ospitati. La scena rende benissimo anche ai nostri occhi abituati alle scene di violenza peggiori e nonostante l’inibizione a cui siamo quotidianamente sottoposti. È evidente una ricerca accurata delle vicende e dei fatti, evitando banalità.

Fotografia eccellente questo film, che quasi compete con le più autentiche atmosfere anni ’80. Non a caso Rodrigo Prieto è anche lo scenografo di film come Wall Street: il denaro non dorme mai (anche senza saperlo, Argo mi ha fatto subito pensare al film di Stone) e La Venticinquesima Ora (pellicola più che trascurabile a parer mio, ma con una fotografia notevole).

Quello che non va, oltre ad un protagonista affascinante ma di poco spessore, è la patina da film americano che ammorba questo film nella seconda parte. La solita, stanchissima moralità firmata USA che ha già reso insipidi tanti film potenzialmente interessanti, primo tra tutti Salvate il soldato Ryan di Spielberg... Non si può non apprezzare la linea di tensione egregiamente mantenuta per tutto il film, ma bisogna riconoscerlo per quello che è: uno schema trito e ritrito che non ha nulla di originale. Non c’è ambiguità, ma un finale piatto e senza sfumature che non rispecchia neanche lontanamente i fatti intrecciati della Storia e della Politica. Per quanto riguarda il cast nulla da dire, solo Goodman e Arkin sono un affare ed equilibrano la vicenda dando un po’ di colore ed ironia a qualche scena, che non guasta mai.

Insomma, finito Argo la sensazione che ho avuto istintivamente è stata quella di vedere nella seconda parte un film completamente diverso, che in comune con la fase precedente aveva solo la pellicola vintage azzurrognola di superficie.

 

La Grande Bellezza

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Dopo lo splendido This Must be the Place, Sorrentino ci propone un altro film denso, di quelli che lasciano uno strato di piacevole malessere usciti dalla sala. Uno di quei film che tanto si comprendono al momento della visione e che lasciano spiazzata poi, quando l’atmosfera si è dileguata tra le chiacchiere. Senza voler dare un significato univoco e senza voler esprimere troppo direttamente la critica alla società contemporanea, il regista ci cala nell’atmosfera di disincanto e disillusione propria del protagonista.

Jep Gambardella (Toni Servillo) è un mondanissimo giornalista romano che al compiere dei 65 anni fa il punto della situazione con se stesso. La sua vita si snoda tra una festa pacchiana e l’altra, coinvolto dalle personalità più appariscenti e kitch. Le serate finiscono con i drammi degli amici intimi, tra scontri verbali e disillusioni condivise. Ma ciò che cerca ogni giorno è altro, è la bellezza, la più insignificante idilliaca bellezza che la città gli nasconde ad ogni svolta. Jep passeggia tra le vie deserte di Roma al sorgere del sole, scavando tra i suoi ricordi in cerca di quel momento catartico ed emozionante che lo ha segnato senza che se ne accorgesse. Tra i monumentali palazzi romani si celano le più grottesche vicende, delle epifanie momentanee che si mescolano agli individui più goffi e tragici.
Credo non si possa fare a meno di considerare questo film un tributo a Roma, così svalutata dalla banalità del turismo di massa e dalle interpretazioni un po’ stereotipate (come non pensare a
To Rome with love di Woody Allen?), ma che in questo film rivive le albe più estatiche e le notti più solitarie.

Una colonna sonora ricchissima e che più variegata non si può. La saggezza sta nel saper accostare nel migliore dei modi l’ultima hit da discoteca e Arvo Pärt.