Tornando al mare: fenicotteri rosa nascosti nelle saline e polaroid malriuscite

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Il primo mare dell’anno è sempre un po’ incerto. Pallido e imbarazzato non si fa avanti finché non lo chiami a voce alta. A dispetto della sua versione invernale, il suo profumo di pineta è inconfondibile.
Non è molto che ho iniziato ad avventurarmi per altri mari, quello veri, dice qualcuno, quelli blu più del cielo e a volte trasparenti. Fino a non troppo tempo fa di mare ce n’era solo uno per me e neanche nella sua interezza: l’Adriatico e la sua porzioncina romagnola.

[Ah ma li sento già ronzare alcuni commenti: quello non è mare, e che caos in riviera, ci sono solo discoteche! Maledetto sia chi non guarda al di là del proprio naso]

IMG_20160716_085709 webUna giostra si è nascosta dietro la biblioteca

Ma al cuor d’infante non si comanda, e quello è proprio il Mare che ho visto per tanti anni, ripetutamente, sempre più uguale a se stesso, sempre più descritto nei dettagli in pagine e pagine rovinate dalla sabbia. C’è il suo profumo di pini marittimi nell’aria che si mischia alle creme solari, alle piadine dei chioschi, alle grandi famiglie in trasferta. Scovavo nuovi piccoli angoli, mi sembravano quotidiani e perciò più veri. Lasciandomi alle spalle l’acqua il mio sguardo attraversava la città e l’entroterra, fin nel  suo cuore più nascosto. E così è diventata una tradizione, una pausa da tutto, in cui sono certa di ritrovare la stessa rincuorante routine.
Nel mio intimo ho eletto Cervia a capoluogo delle meraviglie romagnole. Forse per i pescherecci indaffarati all’alba, per le sue casette basse del centro che rimandano a qualche film molto vecchio senza titolo.

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Viale Nazario Sauro

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Via XX Settembre

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Il porto

Stavolta nei miei tre giorni di mare c’è stata una piccola variante, una visita diversa che ha spostato la mia attenzione dalla spiaggia e dagli spritz alle le Saline di Cervia. Da molto aspetto l’occasione buona per fare una gita sul Delta del Po e qui ne trovo un assaggio, perché le saline ne fanno parte (lo scopro solo ora, beata ignoranza geografica). Prendendo coraggio abbandono l’acqua marrone e prenoto una visita in barca che attraversa una parte della salina, che in totale occupa 1/3 di tutta l’area comunale. Cervia si stringe tra il mare e le saline, sono sempre state qui a due passi dal paese, distese, lisce e quiete.

Le escursioni che si possono fare sono tante con tutti i mezzi: in barca, a piedi, in canoa, in bicicletta, ci sono itinerari tematici con cui si apprendono le tecniche di raccolta del sale, oppure ci si dedica al bird watching, rincorrendo i pennuti più improbabili. Chi lo sapeva che in zona vivono circa 2000 fenicotteri rosa? Ma non è il momento giusto per cercarli, in questa stagione si nascondono dai turisti curiosi.
Il sale di Cervia viene detto “dolce”, aggettivo che crea qualche fraintendimento, ci racconta la nostra guida, perché viene spesso inteso come contrario di salato, ma in realtà è solo un modo per dire che non è amaro. E questo sale è il meno amaro del mondo, dove il sapore salato e quello dolce sono gusti che convivono.

Non vi sto a raccontare degli altri tipi di sale, dei quattro processi di evaporazione e compagnia bella, perché la mia attenzione si è soffermata sul lato romantico della cosa: un organismo estremofilo popola quest’acqua salatissima quasi priva di vita, solo qui quest’alga è in grado di proliferare, poiché nelle normali acque di mare viene schiacciato dalle verdi alghe clorofilline. Tutto ciò è molto bello perché un piccolo pescetto, che in realtà non è altro che un crostaceo, si tuffa nelle rosee acque e ne ingerisce le alghe, ripulendo l’acqua e assumendo un bel colore rosso. Grazie allo stesso principio secondo cui mangiando carote in quantità ci scuriamo più velocemente. Elementare, ma sempre affascinante. Non finisce qua, perché il pesciolino pulitore attira in salina vari esemplari di fenicotteri. Perché diventano rosa lo sapete già.

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Scopro un’altra cosa bella, più legata all’aspetto storico che scientifico: nel mezzo della salina troneggiava una Cervia vecchia, sola nel sale. E adesso, dopo la mia breve visita in barca, voglio sapere tutto di questa secolare città che indispettita si è sempre nascosta ai miei occhi, lontano dalla riviera.
Si chiamava Ficocle e fu contesa per secoli e controllata più volte da Venezia. A partire dal 1698 l’antico borgo di Cervia Vecchia, venne smontato e ricostruito dove si trova ora. Eppure credo che la Cervia nuova abbia conservato qualcosa del suo carattere: si appoggia sul mare, ma il suo cuore, la sua parte più bella, se ne discosta guardando al centro, chiudendosi sui negozietti e i portici. Quasi un porto senza mare, che decide di incanalarsi nel centro cittadino.
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In questo spazio ormai dimenticato avevo già parlato della Romagna, in particolare delle sue colonie abbandonate. Troppi anni sono passati da quel tentativo di documentazione, seppur breve, e rileggendolo capisco quanto manchi di affetto, perché c’è la Storia ma c’è anche tanto Amore, incondizionato e attivo per la terra che stai calpestando. Perché il senso di questo elogio della Romagna è tutto Amore e sapore di Casa, mentre i Yo la tengo mi sussurrano parole, mentre passeggio nell’alba sul mare, come ogni anno. E come ogni anno l’alba è rosa, affollata di mattinieri come me, dalle famigliole che si scattano foto in controluce con i piedi nell’acqua, alle cercatrici di cozze con quei sabot di plastica che non si possono vedere, i proprietari dei bagni, forse insonni, che lisciano e apparecchiano la spiaggia. Poi ci sono io, la stronza con la polaroid, in pigiama, sfatta come se avessi fatto festa – e invece no. Faccio le stesse fotografie da anni e anni, ma per questa volta la fedele reflex riposa nella sua custodia, a casa. I pixel non mi bastano e la pellicola della polaroid funziona magicamente, con quel suo processo fantasmagorico e affascinante per cui lo scatto, partorito con gran baccano dalla macchina, va tenuto al buio una mezz’ora buona: così l’emulsione si sviluppa e l’immagine compare con un certo romantico ritardo. La aspetti e la immagini, la tua fotografia, come-quando-si-scattava-in-pellicola. Così il potere dell’attesa torna di moda.
Tutto diventa uno splendore in questa luce. Il sole dell’alba si srotola velocemente, fa capolino tra una macchia di nuvole e l’altra concentrato sul ritmo delle onde e illuminando gabbiani affamati. Nonostante la plastica e l’architettura a volte discutibile, questo è un posto magico, e lo è sempre stato.

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I feel like going homE.

Late at night
While runnin’ from the rain
Running from the voices
Filling up my brain
Now I wish they’d leave me alone
And let me be
To go off on my own
Let me be to go home
I feel like going home

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Circumnavigare Brescia provincia

Riprendiamo l’auto (facendo attenzione a non schiacciare pseudo sciatori in mezzo ai piedi che monopolizzano il parcheggio) e iniziamo la nostra scalata verso il Passo del Tonale. La neve inizia ad alzarsi fino a raggiungere i due metri. Per noi anime di pianura questo è fin troppo, questo è un parco giochi. La strada striscia curvilinea tra cumuli di bianco fresco e immacolato. La nebbia si dirada e qualche raggio riflette sui pini zebrati. Arrivati in cima sprofondiamo felici come bambini in questo immenso freddo e sembriamo esserci solo noi. ERRORE! Il Tonale è un supermercato. Infatti proseguendo nella zona ci accorgiamo delle costruzioni, supermercati, bar, gonfiabili per i bambini (continuo a non capacitarmi del perché). Il perfetto habitat dello sciatore della domenica che a noi proprio non garba. Ci ripromettiamo di sperimentare lo sci di fondo e di perderci da soli nei boschi innevati, SE MAI DOVESSIMO.
Una leggera delusione tocca il mio cuore sempre alla ricerca di pace lontano dal mondo. Un paesaggio così bello e lucente sarebbe da contemplare in solitudine e non tra orde di marmocchi e genitori urlanti. Un po’ di poesia, per carità.

Ma la Val di Sole si presente perfetta per le nostre esigenze di lupi solitari. Rimaniamo soli sulla via e l’asfalto si fa sempre meno battuto. I boschi sembrano non finire mai e diventano più nitidi quando un pallido sole fa capolino tra le montagne più alte. Non siamo tanto lontano dal rifugio Tonolini sull’Adamello dove abbiamo passato una notte d’agosto un paio d’anni fa. Lassù a 3000 metri, che silenzio deve esserci sotto la neve. L’inverno ha sepolto tutti i nostri passi fatti con fatica. Fortunatamente esistono ancora gli spazi impossibili e inaccessibili. Mi basta sognarlo.

L’ennesima deviazione a caso solo per pestare la neve. Il tragitto è Palazzolo sull’Oglio – Tignale ma perché fare 90 km quando puoi comodamente farne 200 in più? La pioggia ci accompagna ormai da giorni e noi partiamo carichi di tesori costeggiando il lago d’Iseo come tante altre volte per raggiungere le montagne a Nord della provincia. Il clima non promette una gita fantastica, ma ci rassicura quando avvistiamo un accenno di neve nei pressi di Vezza d’Oglio e in poco tempo eccoci finalmente a Ponte di Legno. Devo esserci stata un agosto di circa 10 anni fa in una delle solite gite estive in montagna, ma con la neve (non troppa, non abbastanza per i nostri cuori alla ricerca d’inverno) ha tutto un altro aspetto e al posto di insonnoliti turisti siamo braccati da una folla di sciatori improvvisati: precisamente DELLA DOMENICA. Un moto di disprezzo anche per la loro aria di superiorità (chi ce l’ha e la ostenta guardando con disprezzo i miei stivaletti di carta completamente inadatti). Troviamo un posticino delizioso per la colazione, “L’asino che vola”, caldo e grazioso nel suo improbabile gusto di montagna. Asini di peluches e cuscini a fiori. A me piace.

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Dopo chilometri di bianco ecco apparire uno splendido paesino innevato: si chiama Vermiglio e ci abbiamo lasciato gli occhi. Il paesaggio trentino prosegue ordinato e lineare, per una volta questa innata precisione ci sembra solo positiva. La neve si fa sentire di meno in Val di Non e lascia spazio ai colori invernali. La nebbia è quasi totalmente sparita e la nitidezza dei percorsi d’acqua e delle colline terrazzate si mostra ai nostri occhi. Gli alberi gelati sono spruzzati di rame, la luce del giorno li attraversa illuminandoli. E scorriamo via su quattro ruote.
Sfioriamo Trento e nel dirigerci a Riva del Garda ci impongono una deviazione forzata grazie alla quale finiamo per scorrere a lato del lago di Santa Massenza e il lago di Toblino. Sono luoghi magici insinuati in un luogo dove non te li aspetti, con dei castelletti sulle rive e circondati da anatre e canneti.

Sorpassato il lago di Cavedine, la strada secondaria ci spedisce in un territorio lunare (insomma, cumuli di pietre).
Siamo giunti a Riva del Garda, sono le due e dopo 6 ore in auto abbiamo fame. Tantissima, non abbastanza perché la luminosità dopo la pioggia della città passi inosservata. Riva è silenziosa e assorta tra gli speroni rocciosi che la circondano. Ha solo un grosso difetto: odora più di turismo che di storie da raccontare.

E ce ne tornammo alla nostra tana lacustre.

Marvellous Interrail – Monaco di Baviera

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Dopo tante pene e fatiche mi sono finalmente laureata. Come premiarsi, se non con un viaggio per l’Europa? Ho raccolto un po’ di pensieri sconnessi durante il viaggio e in questi mesi mi sono decisa a dar loro un senso.
Questa è la mia piccola innocente versione, non chiede di essere né esaustiva, né completa, né particolareggiata. Non si può dire niente di vero su una città che si visita a bocconi frettolosi, le mie sono solo impressioni.
Partiamo da Verona da una stazione poco accogliente, ma con la testa piena di aspettative. Il tragitto attraversa tutto il Brennero, mostrando ai nostri occhi solo sterminate distese di abeti che si crogiolano tra le nubi spesse. Diciamocelo, manca solo la neve.

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Senza nemmeno bisogno di precisarlo, il treno è una favola; provvisto di comodi tavolini in legno, è l’ideale per chi ama viaggiare leggendo. Quindi sarebbe perfetto per la sottoscritta, indefessa pendolare, ma sono troppo eccitata per concentrarmi sulla lettura di Suite Francese (di cui tra l’altro leggerò pochissime pagine in tutta la vacanza: Il tono cupo e pesante del libro mal si adatta al mio stato d’animo). All’arrivo in ogni stazione il paesaggio cambia impercettibilmente, mostrandoci di volta in volta qualche dettaglio particolare: la forma dei tetti, la sequenzialità delle strade, la frettolosità della gente. Così ci troviamo ad invidiare le scale mobili della stazione di Innsbruck e le dimore modeste di Bolzano, giudicando queste città soltanto dall’aspetto del loro punto di passaggio più importante e lasciando il resto all’immaginazione.
L’arrivo a Monaco è previsto per le 14.30 e tardiamo solo di pochi minuti (quando mai???) Il percorso nella periferia della città per raggiungere il nostro Meininger Hostel è faticoso e trasciniamo i nostri pesi arrancando fino all’ostello. Sistemiamo i nostri bagagli, ci sediamo al tavolino della nostra stanza con 6 letti e lanciamo  sguardi bramosi dalla finestra verso la fabbrica di birra dell’Augustiner con i suoi regolari mattoni rossi. Siamo a pochi minuti dalla stazione e la compostezza delle strade e degli spazi è mantenuta, la pulizia è impeccabile ed il traffico fluente. Sarà solo un giudizio generato da convinzioni stereotipate o forse semplicemente Monaco è davvero ben tenuta? Non lo so, a me brillano gli occhi per tutto.
Vorrei partire parlando di quello che mi ha deluso di Monaco, per poi passare invece a ciò che mi ha estasiato e che in fondo mi ha colpito di più. Passeggiare per il centro storico significa mettersi nell’ottica di trascorre la maggior parte del tempo con il naso all’insù, perché a misura di sguardo umano non c’è niente di interessante, solo catene di negozi e nient’altro. Ad un livello più elevato si possono invece ammirare le facciate di cattedrali imponenti come quella di Frauenkirche o quella del Neues Rathaus, edifici massicci incastrati tra la speculazione urbana di palazzi decisamente meno interessanti. Non ho mai amato particolarmente i centri città, a partire dal Duomo di Milano che mi ritrovavo ad affrontare ogni giorno, fino anche alla passeggiata di Unter den Linden di Berlino. Mi dispiace vedere questi luoghi invasi da una fiumana di persone, che siano turisti o meno, mi disturba come fosse un’invasione. Il centro città è la facciata della città stessa, il suo tesserino di riconoscimento, la sua immagine più banale e sfruttata. Un centro città non dice quasi nulla di originale, troverai lo stesso in tutti i paesi.

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Come non festeggiare l’arrivo in Baviera cenando al ristorante della Paulaner? Salsicce e birra in abbondanza, come uso e costume. Contorno: crauti e purè sopraffino. Non mangeremo più così di gusto per il resto dei giorni, purtroppo. Se c’è qualcosa che non si può assolutamente dire sulla Germania è che abbia una cucina di scarso interesse. Naturalmente ciò che noi turisti profani conosciamo non può che essere superficiale e minimo rispetto a tutto, però questo assaggino ci basta e ci convince.

Il nostro secondo giorno è indubbiamente dedicato al verde. Ci apprestiamo ad una lunga camminata nel vastissimo Englischer Garten, dove si incappa inevitabilmente nella Chinesischer Turm, un grande Biergarten da non perdere, con più di mille posti a sedere in una cornice verdissima. Alle 10 del mattino non sono pochi gli anziani seduti ai tavoli di legno con una litra come compagna. Tra torrenti, tempietti ed oche usciamo finalmente da questo parco gigantesco per passeggiare casualmente nel quartiere di Schwabing. Raggiungiamo poi l’Alte e la Neue Pinakothek.

Il sole che fin dal mattino ci aveva deliziato della sua presenza non tarda a lasciarci, per lasciar posto a grosse nubi grigie, che vengono spazzate via continuamente dal forte vento.

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Ritorniamo in centro e visitiamo l’affollatissimo mercato di qualsiasi cosa. I tedeschi sembrano amare il pesce accompagnato dal vino bianco, anche se gustato alle bancarelle e ad un grado sotto zero. Tutto ciò mi suona fuori luogo ma tralascio e mi fiondo in un kebabbaro a godermi il mio panino succulento. Siamo distrutti e senza posto dove andare: dopo aver girovagato per ore con passo spedito, iniziamo a perdere i colpi. Finiamo così nuovamente all’Hofgarten, che non mi stanco di ammirare. Direi proprio che è IL luogo: quel posto dove ti vedi vivere come se fosse tuo. Incappiamo in una manifestazione antinazista ed approdiamo infine al Botanischer Garten, più vicino alla stazione, dove non c’è niente di particolare, ma l’atmosfera mi rende felice. Anche i francesi che mi spintonano sulla panchina mi rendono felice. Quasi.
Torniamo in ostello e sostiamo nell’area comune (l’unica in cui siamo ammessi, visto che non abbiamo più una camera) e attendiamo l’ora di andare in stazione per mangiare qualcosa (pretzel al formaggio ed erba cipollina, nel dettaglio).  Ci siamo chiesti perché nella stazione centrale ci fossero solo i binari dal 5 al 16 (scopro poi che tutti i binari di tutte le stazioni della città sono numerati in ordine progressivo indipendentemente da dove si trovino. Non si capisce vero?). Ci aspettano 10 ore notturne in treno. In cuccetta. Non so cosa mi attende al varco. Le chiamano così per un buon motivo, sono infatti dei loculi. Uno shock iniziale  mi impedisce di starmene al sicuro sul mio trespolo, lentamente però trovo il sonno tra uno sballottamento e l’altro. La nostra compagna di “cuccia” si chiama Lorena ed è una ragazza genovese molto carina e disponibile che mi dà tantissimi consigli su Amsterdam. Ma non può andarci così bene, infatti ad un certo punto della Germania a me ignoto, entra nel nostro scompartimento un omone che decide di russare sonoramente. Voglio la morte, soprattutto perché sembro l’unica a notarlo. Dopo una disperazione iniziale non indifferente, ho un lampo di genio e mi rendo conto che solo il mio ipod può salvarmi. Sigur Ros e Morphine mi conciliano il sonno. E mi svegliai in Olanda.

Lago d’Idro

Lago d'Idro

Spesso basta scegliere la strada sbagliata per arrivare alla giusta conclusione.
Quella che ti porta a casa dopo tre ore d’auto invece che una e mezza, che passa attraverso valli addormentate, laghi artificiali disabitati, angoli freddi dove la brina non si scioglie mai.

Sensi di viaggio – Marco Aime

Puoi restare fermo, immobile e attendere che l’ombra diventi un sottile bordo nero e lentamente si sposti, ti giri attorno, si accorci, si nasconda sotto i tuoi piedi, quasi a scomparire, poi si riaffacci per allungarsi verso orientefino a svanire stingendosi nel buio. Oppure muoverti, farla impazzire con cambi repentini, con passi zigzaganti, salendo e scendendo lungo i sentieri e le strade. Puoi lasciare la tua ombra al suo destino immutabile di satellite senza corpo oppure portarla con te, strofinandola sui terreni che ti passano sotto i piedi, sporca, infreddolita o schiantata dall’afa.

Non è vero che i viaggi avvengono nella testa, che si può viaggiare rimanendo a casa, che si possono fare viaggi stupendi con la mente. No, non è vero. Il viaggio nasce nella testa, matura, ma per esistere ha bisogno di assorbire linfa attraverso i sensi, toccare, sentire, annusare, assaggiare.

Marco Aime

Così inizia l’incantevole libro Sensi di viaggio di Marco Aime, con un elogio al movimento che esprime tutto l’amore e la passione possibile per i tragitti sconfinati. Un appello allo spostamento quindi, al possesso diretto di un sogno precedentemente coltivato. Esistono diverse filosofie di viaggio ma questa è a mio parere quella più intima e soddisfacente possibile. Immaginare sì, ma scuotere i propri sensi.

A sei anni provavo un brivido di piacere indescrivibile nell’azione così semplice e quotidiana di preparare il terreno di gioco agli amici che sarebbero venuti a trovarmi. Oggi provo lo stesso sgomento al solo pensiero di mettere il mio corpo su un qualsiasi mezzo di trasporto e raggiungere una meta. Preparare la mente e lanciare il proprio corpo. Questo è il principio che sottosta a ciò che personalmente definisco “esotico”. I viaggi di Aime sono esotici per altri motivi, anche solo con il potere delle parole impresse su carta portano sotto i denti sapori inediti e odorano di diverso. Ciò che più mi impressiona è la pazienza e il tempo che decide di dedicare alla visione dell’altrove. Ha il coraggio di immergersi, invece che limitarsi a contemplare. E’ un viaggiatore attivo, dinamico, senza confini. Guarda davvero alle piccole azioni quotidiane che si snodano tra le vie da lui percorse. Non riflette su se stesso, non vede se stesso nelle cose ma vede le cose nella loro disarmante essenza.

Forse è il nostro essere viaggiatori a piccole rate che ci condiziona maggiormente ed influenza tutta una serie di fattori legati alla percezione dei luoghi, quali il tempo e lo spazio. Purtroppo l’illimitatezza, sia concreta che spirituale, è un privilegio per pochi.

 

Warsaw pt 1

Un giorno di settembre succede di essere presi dalla noia di vivere e di incappare accidentalmente nelle offerte di Ryanair. Quale disgrazia per il portafoglio e che delizia per il cuore!
Così in un paio d’ore un viaggetto di tre giorni è organizzato e si inizia a fantasticare su Varsavia, scelta per i prezzi low budget ma anche per l’innegabile fascino delle città dell’Est. Partendo alla fine di novembre sarebbe logico attenersi al variare del meteo e incappucciarsi fino agli occhi per affrontare il clima gelido del nord Europa. Precauzioni ovviamente esagerate, visto che il clima era più che sopportabile. Multistrato di calzettoni superfluo, piumino ingombrante e stivali rivestiti di pelo (finto), ora ci siamo. Peccato che la macchina fotografica occupi metà dello spazio in valigia e che l’altro lato rimanente sia dedicato quasi esclusivamente ad un maglione e ad un pail viola della decathlon con cui ho dovuto scendere a compromessi. I disguidi invernali che ancora nessuno ha saputo risolvere.

Ad accoglierci nella fase di atterraggio c’è una boscaglia nocciola, disturbata dalle anse della Vistola che si snoda senza freni e senza ostacoli; l’unica costruzione ad opera dell’uomo pare l’aeroporto e la desolazione in cui si trova è una sensazione difficile da percepire qui a casa nostra, abituati come siamo al formicolio delle attività altrui. Potrei essere trascinata senza proteste in questa splendida campagna baciata da un sole inatteso di novembre. Il tragitto in tangenziale mi incanta come se il paesaggio spoglio fosse una meraviglia sulla terra, mi ritrovo a fantasticare sulle abitazioni solitarie sulla strada.
Arriviamo direttamente in taxi davanti all’ostello Kanonia, come delle vere signore, ma per la moderata cifra di 99 zloty (10 euro circa). La nostra temporanea dimora ci accoglie con colori sgargianti e angoli accoglienti, inoltre siamo in quattro persone in una stanza con bagno privato e spendiamo solo 12 euro a notte. L’ostello è collocato vicinissimo al Barbakan (struttura medievale costruita in difesa della città vecchia) in pieno centro storico, basta mettere fuori il naso dalla finestra per sentirsi cucito addosso un animo un po’ più pittoresco.

Barbakan

Vista del Barbakan

Ed è proprio da qui che iniziamo la nostra prima passeggiata polacca, tra i mercatini di Natale più o meno tipici fino a perderci tra le viuzze piastrellate. In fondo è un po’ triste la storia di questa Stare Miasto (centro storico) che pare così immacolata e che invece ha subito più di una distruzione. Riflettendoci, tutto qui ha un’aria artificiale.

L’arte di viaggiare – Alain de Botton

alinUn po’ di nostalgia per un libro letto poco tempo fa. Nuovi stimoli per un viaggetto imminente.

Viaggiare è: spingersi lontano ma anche solo sognare la meta. E’anche sedersi sulla propria sedia consunta e iniziare a guardare percependo la meraviglia di ciò che ci circonda. Ci vuole un occhio in parte un po’ malinconico dall’altra molto entusiasta.
Ogni luogo che si lascia indietro ci appartiene in qualche modo. Ed è il fatto di trovare se stessi e “vivificarsi” (come scrive de Botton) che rende così bello muoversi e cercare.
Così, che sia una città affollata o una languida campagna isolata, in fondo non cambia. L’importante è lasciarsi trasportare, dai treni a volte, o dalla mente.

Come immortalare questi attimi indimenticabili? Una cartolina? Una fotografia? Un diario?
De Botton ci parla di qualche strategia riportando un’opinione autorevole: quella di John Ruskin, che considera l’atto (più che l’arte) di disegnare come fondamentale al fine di sviluppare i sensi e la percezione del mondo esterno. Dopo un’iniziale simpatia, si scaglia contro l’arte fotografica ritenendola un’alternativa alla vista consapevole e non un mezzo per arrivarci (e qui io non sono affatto d’accordo, amante della fotografia quale sono).
Ma ciò che conta è fare attenzione al mondo, per disegnarlo, descriverlo o fotografarlo, basta che si imprima dentro di noi.

Questo libro ha dato dei nomi alle mie scoperte, alla strada lungo la quale, sul fiume, cammino ogni giorno e non smetto mai di trovare qualcosa di nuovo e affascinante che mi colpisce. Vorrei avere il tempo per perdermi in ogni dettaglio. Ho consumato tutte le vetrine, le insegne e i cavi elettrici della via a forze di sondarli alla ricerca di un’espressione nuova.
Ha dato anche un nome alle mie sensazioni, quell’estasi temporanea che può darti un pasto a base di riso bollito e tonno in scatola sulla scalinata di Corniglia. E a tutte quelle che verranno, tra un viaggio e l’altro.