Il poeta passeggiatore solitario che si rispecchiava nell’Arte

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Sulla rivista culturale Excursus ho pubblicato l’articolo che copio qui di seguito. Potete trovarlo al link: http://www.excursus.org/culturalmente/il-poeta-passeggiatore-che-si-rispecchiava-nellarte

Robert Walser è un artigiano della parola con una particolare inclinazione per l’Arte, adeguata al suo orizzonte narrativo ricco di fantasticherie. A volte è un pretesto per gironzolare nei ricordi della propria vita e per trarne utili lezioni d’umanità, in altri casi è pura estasi o ancora un’occasione per inventare una storia. Questi brevi saggi introducono il lettore al suo particolare approccio particolare alle sue digressioni personali. Egli non si propone di scrivere un’opera esauriente ricca di teorie e dati, ma di avvicinarsi ai dipinti con un metodo particolare. Ritratti di pittori(traduzione di Domenico Pinto, Postfazione di Bernhard Echte, Adelphi, pp. 134, € 16,00) viaggia su due binari paralleli: la Storia dell’Arte e la vita dell’autore. Esse si incontrano, scontrano e completano, dando vita ad una lettura biografica dei quadri lontana dalla tradizionale prosa d’Arte. Le opere lo ispirano ai giochi linguistici più disparati: dal sonetto alla filastrocca, alla retrospezione personale alla descrizione più concreta. Rubens, Rogier van der Weyden, Manet, Rembrandt e tanti altri diventano il punto di partenza per richiamare alla memoria degli eventi.

Ogni dipinto preso in considerazione è un oggetto che rievoca un’occasione particolare: nel primo estratto dedicato all’opera di Lucas Cranach Apollo e Diana, il quadro gli ricorda la gentilezza dell’affittuaria quando alloggiava presso Thun come operaio in una fabbrica di birra. Intorno al Ritratto di Lydia Welti-Escher di Karl Stauffer-Bern invece inventa un gioioso battibecco tra il pittore e la dama che sta immortalando. A volte sono vere e proprie passeggiate artistiche ad ispirare Walser: l’arrivo della Mostra d’Arte Belga a Berna lo induce a dedicarsi alla descrizione delle tele esposte. Osserva, si concentra e si sforza a tutti i costi di parlar d’Arte, ma qualche pensiero passato lo disturba in continuazione. È sufficiente un minimo dettaglio, una flebile associazione di idee perché gli tornino in mente i momenti della giovinezza. Riflette sul rapporto che il quadro ha con il suo spettatore, proveniente da tutti i luoghi e da tutte le epoche: è impossibile sapere come gli uomini del tempo giudicassero un quadro – quali fossero i loro occhi noi non possiamo immaginarlo. Una mostra della Secessione del 1912 dedicata a Van Gogh permette al passeggiatore solitario di ammirare L’Arlesiana. Walser rimane intrappolato nel fascino di questo quadro raffigurante una popolana dai lineamenti ordinari. Qualcosa nella tela lo trattiene: perché Van Gogh ha dedicato tanto impegno ad un soggetto così privo di grazia? Una bellezza intima più che esteriore dà forma all’orizzonte di aspettative del pittore: pena, sofferenza, vivere quotidiano. Artisti come Tiziano, Rubens e Cranach hanno dipinto donne bellissime, tanto belle che fa male il solo pensiero che qualcun altro possa aver umilmente ritratto L’Arlesiana nella sua formidabile semplicità. Le grandi mostre organizzate a Berna negli anni Venti furono un ottimo spunto per le passeggiate fantasiose del poeta, che si soffermò imbambolato davanti ai quadri più belli del mondo.

Trova un modo inconsueto di spiegarci la sua visione dell’Arte: reinterpreta in versi La Libertà guida il popolo di Delacroix, le vignette di Honoré Daumier gli suggeriscono una filastrocca ad hoc e trasforma una personalità celebre come l’Olympia di Manet in un personaggio a lato delle sue fantasticherie mentre scrive una missiva dedicata forse a una bella signora. Questa tendenza a narrativizzare le forme statiche delle tele si ritrova anche nel momento in cui descrive Radura di Virgile-Narcyse Diaz de la Peña: una madre abbandona il figlio nella foresta per metterlo alla prova e allontanarlo dalle proprie cure. Gli impartisce una forzata lezione di vita per imparare a pensare, ad essere riconoscente e a non compiacersi mai di sé: «un trattamento eccessivamente riguardoso produce uomini senza coscienza e senza riguardi» (pp. 60-61) ci avverte lo scrittore attraverso le parole della madre. Viene mostrato al lettore un modo alternativo di godersi l’Arte, forse meno tradizionale e preciso, ma sicuramente piacevole e poetico. Di Antoine Watteau descrive la vita senza saperne molto. L’idea che si è fatto il poeta svizzero è che si sia votato alla serenità e all’Arte, uniche condizioni utili a soddisfare se stesso. L’intenzione dello scrittore è quella di tracciare la biografia di Watteau non a partire dalle sue conoscenze concrete ma da ciò che riesce ad intuire dai quadri che ammira con estasi.

Nell’analizzare le tele di Albert Anker ci dice di lui che ha dipinto una vita intera frenando i propri istinti in un eccesso di prudenza. Immortala piccole comode scene senza addentrarsi al di là delle pareti delle cascine. Colora i suoi villaggi della luce accogliente che l’ha accompagnato durante la vita, ma non si tira indietro nel confronto con re e regine. La terra contadina immerge tutti i suoi quadri in questa patina campestre come un segno distintivo. Walser si commuove in particolare davanti a La piccola amica, dove una fanciulla morente gli fa vivere intensamente la morte. Con le sue parole fa entrare anche il lettore nel vivo del quadro, nel vivo rossore di quella vita che viene meno sul viso della fanciulla ammalata, ma che colorisce il pianto delle amiche al suo capezzale. Descrivendo L’altalena di Jean-Honoré Fragonard ci fa dono di una delle splendide sintetiche descrizioni che colgono immediatamente il soggetto: «In una foresta vergine dall’acconciatura ben curata, diciamo pure dai riccioli leggiadri, una bellezza rococò si dondola su un seggiolino assicurato a un ramo, avanti e indietro, su e giù, mentre il suo corteggiatore si bea di guardarla» (p. 47).

La Postfazione è illuminante riguardo alla biografia del poeta. Viene messo in risalto il rapporto con il fratello pittore, determinante per comprendere il punto di vista assunto nella descrizione di questi quadri. Karl Walser era un’artista meticoloso e il fratello minore lo osservava per ore stendere il colore sui suoi dipinti. Gli aprì gli occhi sulle cose dell’Arte e Robert lo seguì con riconoscenza e ammirazione fino a Stoccarda e Zurigo. Segue le sue orme nelle retrovie, ammirandolo senza invidia e cogliendo da lui la conoscenza per poi farla sua. Nella vita come nel suo primo romanzo I fratelli Tanner (Adelphi), il protagonista non è colui di cui si segue l’azione, ma è il fratello pittore (reale e fittizio) a meritarsi le luci della ribalta. La pittura è in vantaggio sulla poesia fredda e inarrivabile che non dispone né di colori né di suoni. Walser presto riconosce questa caratteristica e lo ammette senza gelosia: lo scrittore è più ombra che astro. Nei quadri trova l’ispirazione per le proprie idee, storie, fantasie. Non è l’esattezza della descrizione che gli interessa. Viene meno per lui l’obbligo di dire cose giuste e appropriate e come poeta ne sente il diritto. Ha sempre scritto d’arte, ma lo ha fatto senza voler esprimere giudizi, con un’autentica passione e ammirazione.

Questo Ritratti di Pittori è Arte, Letteratura, Poesia e Biografia, tutto condensato in un libello di poco più di 100 pagine. I microcosmi di Walser divagano toccando tutti i punti della sua vita concreta e immaginaria. Considera nelle sue descrizioni gli stati d’animo che hanno accompagnato il suo approccio alla pittura. Perché abbia voluto soffermarsi proprio su questi pittori molto diversi tra loro rimane un mistero, ha forse colto in loro un filo sottile e tenace che descrive la realtà come lui voleva vederla. Lo seguiamo nel suo personalissimo percorso come ad un’esposizione d’Arte, facendo uso dei suoi pensieri più profondi e intimi. È una sorta di piccola guida, da usare per una visita all’Arte certamente inusuale.

 

Ciclo di incontri “La donna immaginata”

L’immagine della donna tra realtà e finzione: dalla nascita di alcuni sterotipi all’uso dell’Arte per perpetrare condizionamenti sociali. O tavolta, per combatterli.

Per la serie di conferenze promosse dalla Biblioteca Civica Lanfranchi (Palazzolo sull’Oglio), il professore Massimo Rossi presenta l’incontro La donna inventata parlandoci delll’ambiguità della figura femminile nel discorso artistico e letterario nell’età moderna.
Il professor Rossi inizia demolendo una convinzione comune: non è stato il Medioevo il periodo più buio per l’immagine della donna (comunque considerata come un’appendice malfunzionante dell’uomo), la sua penalizzazione è stata invece maggiormente marcata durante l’epoca rinascimentale. La Riforma e la Controriforma modificano la percezione della donna nell’Arte, ma soprattutto il rapporto fra i sessi, come ci viene mostrato in note opere di Giuseppe Maria Crespi (
La sguattera, La toeletta). L’osservatore disincantato del tempo guardava la donna in modo realistico e non pietistico, o ironico (come avrebbe potuto fare un artista come Pitocchetto). Le rappresentazioni della donna diventano sempre più stereotipate, gli artisti le ritraggono come un modello di ammirabile virtù, o di deprecabile vizio. Sull’onda di questo pregiudizio emergono opere indirizzate ad un sentimentalismo erotico che giudica la condizione discutibile della donna ritratta (ad esempio La brocca rotta di Jean-Babtiste Greuze del 1771 che allude alla perdità della verginità).
Viene riscontrata una tendenza curiosa dell’epoca settecentesca: le donne nobili erano più libertine, libere di piegare la legge a proprio piacimento; le donne del popolo erano sottomesse alla legge morale imperante, subendo passivamente le regole confezionate appositamente per loro.

William Hogarth, artista ironico e pungente, non manca di rappresentare la sua personale visione del mondo attraverso la sua serie La carriera del libertino, ciclo pittorico comprendente otto tele realizzate nel triennio 1733-35. In una di queste, Il matrimonio, il libertino Tom (protagonista della serie), si appresta a prendere in sposa una vecchia ereditiera nella chiesa di Mary le Bone, famosa per ospitare matrimoni segreti. Nella tela si possono intravedere i Dieci Comandamenti stagliarsi sul libertino che già mette gli occhi sulla serva della sposa. Altri elementi rimarcano l’ironia della situazione, come il verde delle piante a rappresentare il desiderio e l’inverno della vecchiaia. La mattina, sempre di Hogarth, è uno dei tanti dipinti minuziosamente studiati dal regista Stanley Kubrick per la realizzazione di Barry Lyndon, di cui segue fedelmente costumi e atmosfere ma dalla cui vena maliziosa si allontana.

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Rimanendo in tema di matrimonio, pare impossibile dimenticarsi di un’opera famosa come I coniugi Arnolfini di Van Eyck (1434): quadro dalle interpretazioni non risolte poiché realizzato molto prima del matrimonio, avvenuto addirittura dopo la morte dell’artista. Poteva essere una promessa di matrimonio, ma anche una dichiarazione di tradimento. Infatti alcuni ipotizzano che la firma dell’artista sopra il letto e il nome “Arnolfo” (tipico dell’uomo cornuto) facciano credere che il pittore fosse l’amante della futura sposa. Flavio Caroli propone una lettura diversa: i coniugi ritratti non sarebbero gli Arnolfini ma i Van Eyck (ipotesi appoggiata dal fatto che le fattezze sono lontane dallo stereotipo italiano e molto più vicine a quello nordico).
L’attenzione ai dettagli racconta molto sulla suddivisione dei ruoli: le pantofole dell’uomo sono più vicine alla finestra, forse ad indicare il maggiore coinvolgimento della sua vita verso l’esterno; quelle della donna sono accanto al letto, per ribadire la sua funzione di moglie e futura madre legata alla casa.

Per quanto riguarda il canone della bellezza rinascimentale, esso cambia notevolmente non per questioni estetico-filosofiche ma per motivazioni molto più pratiche: l’aumento della qualità e della quantità dell’alimentazione. Le donne erano molto più magre nel Medioevo, mentre nell’età moderna il grasso denota agiatezza. La donna formosa diventa uno status sociale da esibire (un esempio interessante è quello di Morpurgo, scrittore che nel 1536 elenca le 33 perfezioni della donna in un libro dedicato al costume della figura femminile).

Parlando della condizione femminile nell’epoca moderna è d’obbligo un salto nella letteratura. Madame de Sevigné è un personaggio interessante che si sgancia da alcuni luoghi comuni del tempo. Si sottrae al monastero e sposa un gentiluomo bretone che, fortunatamente per lei, muore poco dopo il matrimonio lasciandola vivere da donna libera. La fanciulla decide di diventare scrittrice e nella sua serie di lettere alla nipote consiglia alla giovane di leggere romanzi, oggetti malvisti dalla società che aprono la mente e il pensiero.
Tornando ai celebri nomi della pittura, il relatore si sofferma su tre figure importanti. Una di queste è Artemisia Gentileschi, nata nel 1593 e figlia del pittore romano Orazio (a contatto con Caravaggio). Uno sgradevole episodio segna la sua vita e la sua pittura: viene violentata da Agostino Tassi, anch’egli pittore, con la complicità di un’amica di lei. Nella Decapitazione di Oloferne tenta di rivalersi su di lui, vendicandosi e mostrando il proprio disprezzo attraverso l’Arte. Il processo e il trattamento spregevole subito da Artemisia porta alla reclusione del suo stupratore per pochi mesi. Analizzando il dipinto, il critico Roland Barthes paragona le due donne a due lavoranti sul punto di sgozzare un maiale, scena che assume l’aria di un’operazione meccanica e quotidiana. La serva, abituata a compiti analoghi, non mostra turbamento, mentre al contrario la padrona è disgustata e consapevole dell’omicidio che sta commettendo.

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Altri sono gli esempi dell’emancipazione della donna attraverso l’Arte: Elisabetta Sirani (della scuola bolognese seicentesca) morta giovane e forzata ad abbandonare la pittura. Riuscì comunque ad emergere nonostante l’opposizione del padre. Realizzò quadri per la devozione privata, ma anche incisioni all’acquaforte. Era malvista dall’ambiente artistico frequentato dal padre ed eseguì alcune sue opere in pubblico per dimostrarne l’autenticità dei suoi dipinti. Clara Peeter fu una pittrice fiamminga che si dedicò alle nature morte.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell’associazione Kuma Volontari della Cultura al seguente link: http://kumapalazzolo.wordpress.com/2014/03/06/ciclo-di-incontri-la-donna-immaginata/