Tornando al mare: fenicotteri rosa nascosti nelle saline e polaroid malriuscite

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Il primo mare dell’anno è sempre un po’ incerto. Pallido e imbarazzato non si fa avanti finché non lo chiami a voce alta. A dispetto della sua versione invernale, il suo profumo di pineta è inconfondibile.
Non è molto che ho iniziato ad avventurarmi per altri mari, quello veri, dice qualcuno, quelli blu più del cielo e a volte trasparenti. Fino a non troppo tempo fa di mare ce n’era solo uno per me e neanche nella sua interezza: l’Adriatico e la sua porzioncina romagnola.

[Ah ma li sento già ronzare alcuni commenti: quello non è mare, e che caos in riviera, ci sono solo discoteche! Maledetto sia chi non guarda al di là del proprio naso]

IMG_20160716_085709 webUna giostra si è nascosta dietro la biblioteca

Ma al cuor d’infante non si comanda, e quello è proprio il Mare che ho visto per tanti anni, ripetutamente, sempre più uguale a se stesso, sempre più descritto nei dettagli in pagine e pagine rovinate dalla sabbia. C’è il suo profumo di pini marittimi nell’aria che si mischia alle creme solari, alle piadine dei chioschi, alle grandi famiglie in trasferta. Scovavo nuovi piccoli angoli, mi sembravano quotidiani e perciò più veri. Lasciandomi alle spalle l’acqua il mio sguardo attraversava la città e l’entroterra, fin nel  suo cuore più nascosto. E così è diventata una tradizione, una pausa da tutto, in cui sono certa di ritrovare la stessa rincuorante routine.
Nel mio intimo ho eletto Cervia a capoluogo delle meraviglie romagnole. Forse per i pescherecci indaffarati all’alba, per le sue casette basse del centro che rimandano a qualche film molto vecchio senza titolo.

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Viale Nazario Sauro

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Via XX Settembre

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Il porto

Stavolta nei miei tre giorni di mare c’è stata una piccola variante, una visita diversa che ha spostato la mia attenzione dalla spiaggia e dagli spritz alle le Saline di Cervia. Da molto aspetto l’occasione buona per fare una gita sul Delta del Po e qui ne trovo un assaggio, perché le saline ne fanno parte (lo scopro solo ora, beata ignoranza geografica). Prendendo coraggio abbandono l’acqua marrone e prenoto una visita in barca che attraversa una parte della salina, che in totale occupa 1/3 di tutta l’area comunale. Cervia si stringe tra il mare e le saline, sono sempre state qui a due passi dal paese, distese, lisce e quiete.

Le escursioni che si possono fare sono tante con tutti i mezzi: in barca, a piedi, in canoa, in bicicletta, ci sono itinerari tematici con cui si apprendono le tecniche di raccolta del sale, oppure ci si dedica al bird watching, rincorrendo i pennuti più improbabili. Chi lo sapeva che in zona vivono circa 2000 fenicotteri rosa? Ma non è il momento giusto per cercarli, in questa stagione si nascondono dai turisti curiosi.
Il sale di Cervia viene detto “dolce”, aggettivo che crea qualche fraintendimento, ci racconta la nostra guida, perché viene spesso inteso come contrario di salato, ma in realtà è solo un modo per dire che non è amaro. E questo sale è il meno amaro del mondo, dove il sapore salato e quello dolce sono gusti che convivono.

Non vi sto a raccontare degli altri tipi di sale, dei quattro processi di evaporazione e compagnia bella, perché la mia attenzione si è soffermata sul lato romantico della cosa: un organismo estremofilo popola quest’acqua salatissima quasi priva di vita, solo qui quest’alga è in grado di proliferare, poiché nelle normali acque di mare viene schiacciato dalle verdi alghe clorofilline. Tutto ciò è molto bello perché un piccolo pescetto, che in realtà non è altro che un crostaceo, si tuffa nelle rosee acque e ne ingerisce le alghe, ripulendo l’acqua e assumendo un bel colore rosso. Grazie allo stesso principio secondo cui mangiando carote in quantità ci scuriamo più velocemente. Elementare, ma sempre affascinante. Non finisce qua, perché il pesciolino pulitore attira in salina vari esemplari di fenicotteri. Perché diventano rosa lo sapete già.

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Scopro un’altra cosa bella, più legata all’aspetto storico che scientifico: nel mezzo della salina troneggiava una Cervia vecchia, sola nel sale. E adesso, dopo la mia breve visita in barca, voglio sapere tutto di questa secolare città che indispettita si è sempre nascosta ai miei occhi, lontano dalla riviera.
Si chiamava Ficocle e fu contesa per secoli e controllata più volte da Venezia. A partire dal 1698 l’antico borgo di Cervia Vecchia, venne smontato e ricostruito dove si trova ora. Eppure credo che la Cervia nuova abbia conservato qualcosa del suo carattere: si appoggia sul mare, ma il suo cuore, la sua parte più bella, se ne discosta guardando al centro, chiudendosi sui negozietti e i portici. Quasi un porto senza mare, che decide di incanalarsi nel centro cittadino.
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In questo spazio ormai dimenticato avevo già parlato della Romagna, in particolare delle sue colonie abbandonate. Troppi anni sono passati da quel tentativo di documentazione, seppur breve, e rileggendolo capisco quanto manchi di affetto, perché c’è la Storia ma c’è anche tanto Amore, incondizionato e attivo per la terra che stai calpestando. Perché il senso di questo elogio della Romagna è tutto Amore e sapore di Casa, mentre i Yo la tengo mi sussurrano parole, mentre passeggio nell’alba sul mare, come ogni anno. E come ogni anno l’alba è rosa, affollata di mattinieri come me, dalle famigliole che si scattano foto in controluce con i piedi nell’acqua, alle cercatrici di cozze con quei sabot di plastica che non si possono vedere, i proprietari dei bagni, forse insonni, che lisciano e apparecchiano la spiaggia. Poi ci sono io, la stronza con la polaroid, in pigiama, sfatta come se avessi fatto festa – e invece no. Faccio le stesse fotografie da anni e anni, ma per questa volta la fedele reflex riposa nella sua custodia, a casa. I pixel non mi bastano e la pellicola della polaroid funziona magicamente, con quel suo processo fantasmagorico e affascinante per cui lo scatto, partorito con gran baccano dalla macchina, va tenuto al buio una mezz’ora buona: così l’emulsione si sviluppa e l’immagine compare con un certo romantico ritardo. La aspetti e la immagini, la tua fotografia, come-quando-si-scattava-in-pellicola. Così il potere dell’attesa torna di moda.
Tutto diventa uno splendore in questa luce. Il sole dell’alba si srotola velocemente, fa capolino tra una macchia di nuvole e l’altra concentrato sul ritmo delle onde e illuminando gabbiani affamati. Nonostante la plastica e l’architettura a volte discutibile, questo è un posto magico, e lo è sempre stato.

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I feel like going homE.

Late at night
While runnin’ from the rain
Running from the voices
Filling up my brain
Now I wish they’d leave me alone
And let me be
To go off on my own
Let me be to go home
I feel like going home

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