Alla mamma piaceva pensare

Tutti acquistano e leggono una biografia di un personaggio celebre con lo scopo principale di trovar rivelato qualche  pensiero che li renda un po’ più umani. Quello che fa Diane Keaton in questo suo scritto è ancora di più, perché i suoi racconti di vita nel mondo del cinema calano in secondo piano rispetto alla sua vita più “umana”. Preferisce restituirci l’annebbiato rapporto con la madre facendoci partecipare alla scoperta dei diari di lei, letti per la prima volta dopo la sua morte. E si parla tanto anche di Woody Allen e di quelle pellicole meravigliose che rimpiango tanto come Manhattan, Amore e guerra, Io e Annie, Il dormiglione.  Ma la Diane che traspare tra una vicenda e l’altra risulta più comune del previsto. Tutte le sue insicurezze, timori e nevrosi trovano riscontro nella presenza lontana della madre e nel rapporto che ha avuto con questa controversa Dorothy Hall, donna premurosa con il pallino della scrittura e i collage, sempre in bilico tra le sue aspirazioni e la vita concreta.

Diane Keaton – Annie Hall, fa riferimento in continuazione alle sue radici sulla West Coast, ricordandoci che non possiamo mai tralasciare il ricordo dell’angolo, per quanto piccolo, da cui proveniamo. Chi amiamo e chi abbiamo amato. Tutto questo si sedimenta sulla nostra pelle, come i luoghi che hanno contemplato chi siamo davvero.

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Nei vecchi cassetti e tra le mura di pietra di casa Hall hanno preso forma pagine e pagine sgualcite dove Dorothy ha coltivato i propri rimpianti. Diane si sofferma sugli errori commessi nella sua vita cercando di fornire loro un’origine. Quanto è consolante darsi spiegazioni; potendo, vivremmo solo di quelle. Non tutti i dolori si prestano ad essere deframmentati e analizzati, non tutte le sofferenze possono essere aggirate da una spiegazione logica che le renda un po’ più sterili ai nostri occhi stanchi.

Far ricondurre la propria esistenza alla famiglia può forse sembrare una via facile e un po’ scontata, ma è in fondo quello che riesce a toccarci più a fondo, ciò che ci appartiene in via primaria e pura.

Diane ritrova in sua madre le sue passioni, tratti comuni, ed è estremamente consolante. Oggi come allora, il titolo del libro, e nel fluire del tempo, non siamo più soli. Sapere e capire che il proprio posto non è completamente frutto del caso.

Sua madre, che ha dedicato tutta una vita ad accudire la propria famiglia, il proprio marito e la propria casa come si addice ad una madre di buona famiglia, tra i libri e i ricettari nascondeva qualche riflessione spiegazzata. Strati e strati di pensieri formulati sulla costa, che scivolano come i prati falciati alle sue spalle. Porzioni immense di desideri soffocati. Rimpianti forse, ma anche tanta iniziativa e impegno che la indussero ad iscriversi all’università e a laurearsi all’età di 40 anni. Quale smacco per lei se non ammalarsi gravemente di Alzheimer e perdere la totale cognizione dei gesti e dei pensieri che l’hanno accompagnata per una vita? Come coronare il proprio presente con la mancanza di un passato a cui rivolgersi nei momenti di contemplazione? Senza un passato proprio e altrui non avremmo niente da raccontarci e niente da capire.

I pensieri di Dorothy erano per se stessa e per nessun altro, ha prodotto pagine scritte per anni ed anni senza mai condividerle, mantenendo racchiusa in un po’ di carta tutta la sua malinconica saggezza. È proprio perché sono nati senza pubblico che sanno di autentico.

Diane preferisce parlare di questo piuttosto che dei suoi successi, forse imprescindibili dallo spirito combattivo e straordinario di sua madre.

 

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