La Televisione degli anni ’60: quando l’Italia non era ancora catodica

Articolo pubblicato sul sito dell’associazione culturale Kuma Volontari della Cultura.

Una conferenza di Giorgio Simonelli per il ciclo di incontri dedicati agli anni ’60 in occasione del compleanno della Biblioteca Civica Lanfranchi. Simonelli insegna Storia della Radio e della Televisione all’Università Cattolica di Milano, è opinionista del programma TvTalk di Rai Educational e curatore di un blog per Il Fatto quotidiano.

Parlare degli anni ’60 al cinema o in televisione è sempre un po’ pericoloso. È diffusa l’idea che questi anni siano stati meravigliosi sotto tutti i punti di vista e che il discorso valga anche per la televisione. Si ricorda sempre l’eleganza, la rispettosità e quant’era bello vedere Eduardo De Filippo in prima serata. Simonelli ci racconta un aneddoto che è anche un antidoto alla nostalgia: durante il periodo della Restaurazione in un salotto francese si chiacchiera del passato. Una dama di mezz’età afferma che il 1789 è stato uno degli anni più belli della sua vita anche se si tagliavano le teste dei nobili, in fondo in quel periodo lei aveva vent’anni.
I nati negli anni ’50 fanno parte della generazione dei baby boomer, che hanno vissuto la loro giovinezza nel decennio successivo e che vivono di un sentimento nostalgico e antistorico quando si tenta di rievocare quel periodo.

Il televisore fa la sua apparizione nel nostro paese nel 1954, ma soltanto qualche anno più tardi cresceranno gli abbonamenti alla televisione, anche se non ancora in modo capillare. Il televisore è stato pensato come oggetto destinato all’uso domestico da sistemare in casa. Si andava a vedere la televisione al bar per necessità, perché non tutti potevano permettersela. La diffusione si completerà poi negli anni ’70, quando si troverà un televisiore per famiglia.
Gli anni ’60 vedono la crescita degli elettrodomestici. Le tappe che influenzano questo andamento sono le seguenti: nel 1956 si tengono le Olimpiadi invernali di Cortina, nel 1958 i Campionati mondiali di Svezia (anche se l’Italia non gioca), nel 1960 le Olimpiadi a Roma e nel 1961 nasce il secondo canale. I programmi che spopolano sono Lascia o raddoppia?, Il Musichiere e Campanile sera, quiz ideato per avvicinare le provincie alla televisione e che vede contrapporsi due cittadine, una del Nord Italia e una del Sud.
L’affermazione economica della televisione avviene con il celebre programma Carosello, nato nel 1957 e che lascia un’importante impronta durante tutta la durata degli anni ’60.

carosello

Secondo Jean-Luc Godard Carosello è stata la migliore espressione del cinema italiano. L’industria cinematografica milanese viveva su questo programma, anche se all’epoca viene considerata una trasmissione sciocca e di poco conto. È l’emblema della modernizzazione, è l’Italia che passa dalla società tradizionale a quella moderna in cui si comprano gli elettrodomestici, primo fra i quali appunto il televisore. Carosello della Lavazza: Tiberio Murgia (che passa per siciliano anche se sardo) ha una moglie nordica che vuole un arredamento moderno, mentre lui è per la tradizione. A metterli d’accordo c’è naturalmente il caffè.
Carosello nasce da una serie di polemiche, dall’esigenza di fare pubblicità e una televisione pubblica con un senso rigoroso della sua missione che non vuole mischiarsi agli interessi privati. In cambio della pubblicità le aziende devono dare uno spettacolo (su un totale di 1:40 minuti, 35 secondi sono dedicati al codino, ovvero alla pubblicità effettiva del prodotto). Questa pratica dura vent’anni esatti, è il cuore di quella televisione e non solo qualche minuto di transizione. Lì c’è l’idea del ruolo della televisione nella società italiana, che porta alla modernizzazione e alla società dei consumi.

Simonelli porta in regalo alla Biblioteca un video datato 1964, anno in cui cade il suo 50esimo anno di nascita. La Biblioteca di Studio 1 propone I tre moschettieri con il Quartetto Cetra. Il programma nasce nel 1963, quando sta spopolando il Varietà di Studio 1 (che prima si chiamava Giardino d’Inverno). Negli anni ’50 si ispirava all’avanspettacolo di stampo padano con Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, poi si evolve in una direzione più raffinata prendendo spunto da Broadway e Parigi. Si fa più sontuoso e meno provinciale. Il quartetto Cetra propone 5 minuti di balletto basato sul romanzo scelto, messo in musica e in bonaria parodia, approdando alla forma della commedia musicale. Canzoni popolari e famose, anche recenti, vengono adattate alla storia. C’era in questa parodia un punto di riferimento forte: il teleromanzo. Nella tv italiana spopolava lo sceneggiato inventato dalla Rai che dava forma teatrale ad un testo narrativo.Tutta questa televisione nasce da una forte impronta teatrale che porterà anche alla produzione di molto teatro e che lo vede presenza fissa del venerdì sera. L’idea è di dare forma teatrale ai grandi romanzi: “Sceneggiato da opere edite” è il termine depositato in SIAE dalla Rai per definire questo prodotto, che ha grande successo fin dalla sua nascita. La Rai trasmette testi che non sono ancora in programma nelle scuole (come ad esempio Pirandello). Il gioco della mosca di Andrea Camilleri racconta di un fattore analfabeta che capita da lui e che guarda l’Enrico IV in televisione, facendogli poi un resoconto dettagliato e brillante della vicenda. Il patrimonio letterario e narrativo che la scuola non insegnava perché straniero o perché troppo moderno, viene intercettato dalla televisione che opera una grande trasformazione culturale.
Nel 1964 due grandi successi: Alberto Lupo divo della televisione interpreta il medico ne La Cittadella (dal filone popolare-sentimentale) e spopola lo sceneggiato de I Miserabili (un’operazione coraggiosa). A partire dal 1964 sarà il momento dello sceneggiato musicale.

Le critiche e le ostilità nei confronti della televisione non sono mai mancate: oggi lo sceneggiato viene santificato, ma alla sua nascita fu avversato da insegnanti e professori che non volevano vedere i romanzi ridotti così. I Promessi sposi arrivano in televisione solo nel 1967, dopo tutto Tolstoj, Dostoevskij e Dumas. Prima era considerato un tabù, per paura degli accaniti manzonisti e i letterati che avrebbero sparato a zero. La critica si accaniva sulla mancanza di interpretazione dell’autorialità degli sceneggiati, anche se è da riconoscere che alcuni di essi non sono stati vere e proprie banalità.

Perché questi anni ’60 sono considerati l’età d’oro? Il paese inizia a diventare catodico. La prima tribuna elettetorale è proprio del 1960 e da lì parte la tribuna politica. Grande è la crescita del valore informativo con il programma TV 7, inizia l’ascesa di questo mezzo comunicativo nel campo dell’informazione. Prima era considerata di serie B, ma nella notte del 20 luglio 1969 le sorti si ribaltano: è la televisione a trasmettere in diretta lo sbarco di Neil Armstrong sulla luna, i giornali ci arriveranno solo 36 ore dopo. Sono gli anni della lunga marcia della televisione per conquistare il primato dell’informazione.

Video storica diretta Rai:

La televisione si pone come finestra aperta sul mondo, uno strumento che racconta la realtà sapendo di non essere il mondo. Questa è la grande maturità di quella televisione rispetto alla successiva. Parlava delle cose del mondo sapendo di essere solo un segno delle cose, una riproduzione, la realtà è un’altra cosa. I teleromanzi non sostituiscono i romanzi, la telepolitica fa le veci della politica ma non è esclusivamente quella della televisione. Rappresentativo è l’atteggiamento della sigla de La Biblioteca di Studio 1: i libri esistono in biblioteca, come esiste il calcio, come esiste la politica. La televisione, secondo Pasolini, è il nuovo Fascismo e sono molte altre le critiche che piovono. Nonostante tutto c’era quella qualità consentita dai ritmi di produzione, anche se nei suoi limiti. Oggi gli spettacoli non si pensano e non si provano più. C’era l’idea che la tv non era tutto nella vita, oggi invece fa tutto: organizza vacanze, ti trova la ragazza, vende materassi.

Aveva un’autoregolamentazione, non pretendeva di esserci sempre ma aveva orari ben precisi e un calendario di riferimento. Per questo non era un paese catodico. Di notte e nei giorni di lutto non si poteva vedere. Un esempio esplicativo: tra il ’67 e il ’68 il pugile Nino Benvenuti diventa lo sfidante per il titolo mondiale dei pesi medi e deve sfidare un pugile di colore, Emile Griffith, in America. Il pugilato era uno sport che godeva di grande popolarità, non come oggi. Si disputano tre incotri al Madison Square Garden ma la televisione italiana non trasmette di notte anche se era possibile seguire l’incontro via radio. Questa pratica verrà interrotta dallo storico incontro di calcio Italia-Germania 4 a 3 del 1970.

La televisione va comunque a caccia dell’audience e del consenso. Il primo discorso sull’audience lo fa Manzoni ne I Promessi Sposi parlando de “i suoi 25 lettori”. Ma l’audience non deve essere l’unico parametro con cui lavorare. Il paese non è ancora organizzato in ritmi televisivi, ma la televisione si adatta ai ritmi del paese tenendo conto delle tradizioni. Per la televisione di oggi il 25 aprile è un giorno come un altro, ma una volta era celebrato anche dal palinsesto.

Da ricordare anche la diffusione della lingua grazie al programma Non è mai troppo tardi. È una televisione ancora fatta da letterati, mentre dagli anni ’70 agli anni ’80 avviene il passaggio del testimone agli uomini di economia. La gestione del servizio pubblico oggi: l’imperativo è far quadrare i conti a svantaggio della qualità del prodotto. Attraverso la televisione degli anni ’60 viene creata una cittadinanza che condivide tradizioni e conoscenze; questo è stato il tratto caratterizzante che l’ha resa così celebre e benvoluta.

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