“L’età d’oro del cinema italiano” – una chiacchierata con Paolo Mereghetti

 

Conferenza di Paolo Mereghetti presso la Biblioteca di Palazzolo sull’Oglio

Se Paolo Mereghetti non ha bisogno di presentazioni, sicuramente l’argomento trattato dalla nota firma del Corriere della Sera merita un’introduzione, ed è proprio con un dato statistico che lo storico e critico cinematografico inizia a raccontarci cosa succede nel panorama italiano degli anni del boom economico. I film del 1960 che hanno incassato di più sono La dolce vita (con 2 miliardi e 220 milioni di lire), Rocco e i suoi fratelli, La ciociara e Tutti a casa. Questi numeri la dicono lunga sul clima culturale dell’epoca.

Questi anni d’eccellenza del cinema italiano sono un’anomalia mondiale, soprattutto rispetto agli Stati Uniti, che vivono il punto più basso della storia di Hollywood (Cleopatra del 1963 segna la fine del periodo d’oro del cinema americano, flop per la Fox e inizio della diffusione della televisione) e rispetto al resto d’Europa dove si allarga a macchia d’olio il fenomeno delle Nouvelle Vague a partire dalla prima “ondata”, in Francia, con I 400 colpi di François Truffaut. Ai teorici e sostenitori della “nuova ondata” non interessa più il cinema ben fatto che tenta di imitare la realtà, anzi, “si mandano a ramengo” (cit.) tutte le tradizioni cinematografiche formali e stilistiche. In Inghilterra il movimento dei giovani arrabbiati fomentati dall’opera Look back in anger nasce dalla letteratura e dal teatro propagandosi fino al cinema. Anche in Cecoslovacchia, in Ungheria e in Scandinavia si possono osservare fenomeni simili. L’Italia è l’unico paese in cui questa rivoluzione culturale non prende piede. Bernardo Bertolucci con Prima della rivoluzione e Marco Bellocchio con Pugni in tasca faticano ad emergere enon possono dirsi gli iniziatori di un vero e proprio movimento di rivolta.

matroianni

Come si fa a mettere in discussione un film rivoluzionario come La dolce vita? Il rinnovamento italiano passa attraverso la commedia: i cineasti si lasciano alle spalle la lezione del Neorealismo, che aveva a sua volta abbandonato la costruzione a tavolino dei telefoni bianchi. Il cinema neorealista di Roberto Rossellini mostra un’Italia diversa rispetto a quella delle colpe, girando il materiale cinematografico sulle macerie dell’Italia del dopoguerra.

La riflessione intellettuale più attenta non aveva compreso la componente popolare del cinema, suo punto di forza nel suo percorso d’evoluzione (non a caso Pane amore e fantasia viene aspramente criticato). Attraverso una forma artistica – che condensa il rapporto con il mondo reale – viene data una forma comprensibile ai grandi temi sociali. Anche i melodrammi di Raffaello Matarazzo, dietro cui si nascondeva lo scontro di classe, vengono sottovalutati.

Oggi il cinema non ha più l’ambizione di leggere il mondo.

Non bisogna dimenticare che l’Italia di quegli anni è nettamente divisa tra lo scontro ideologico-politico di destra e sinistra aggravato dalla presenza incombente della guerra fredda; è un periodo in cui schierarsi sembra l’unica cosa possibile da fare e il cinema è costretto a fare i conti con queste dinamiche, ritrovandosi a tralasciare l’Italia appena passata del Fascismo e della Resistenza. Certamente le eccezioni non mancano: nel 1959 Mario Monicelli rappresenta La Grande Guerra affrontando un tema tabù (tanto che è costretto a girare in Jugoslavia) e l’anno seguente Luigi Comencini racconta l’8 settembre della Seconda Guerra Mondiale nel film Tutti a casa. L’unica forma cinematografica che sopravvive è la commedia, che pian piano impara a raccontare un paese sorridendo (Totò e Carolina, Guardie e Ladri non sono film di sole situazioni di comicità pura). Da una parte la commedia si apre e si fa ambiziosa, confrontandosi con la Storia, dall’altra i registi tengono in considerazione il pubblico, non più da disprezzare e ignorare. Nel 1956 sono venduti più di 800 milioni di biglietti, a dimostrazione che le persone avevano voglia di andare al cinema.

Durante gli anni dell’età d’oro le storie narrate sono appassionanti, ma portano anche ad una riflessione. Dino Risi in Una vita difficile racconta i compromessi ideali del paese e il decadimento generale della morale, condensando questi temi importanti in una scena comica ed emblematica come quella della cena dei ricchi aristocratici. Il regista rappresenta l’euforia dell’Italia del boom ne Il sorpasso, dove il protagonista vive alla giornata e poco si preoccupa di ciò che gli accade. Questo è un cinema che racconta il paese dietro una risata e dietro una cattiveria. Le commedie più dure segnano il fallimento dei valori morali dei personaggi disegnando un bilancio amaro, nessuno viene mai assolto. Il Gattopardo fu un romanzo accusato di essere reazionario, letto come se volesse giustificare l’Italia che non cambiava. Il regista ufficiale del Partito Comunista, Luchino Visconti, prende questa storia così discussa dalla sinistra italiana e la trasforma in un film che piace grazie alla rilettura di un Risorgimento meno discutibile. Il federale è un film che nasce da un’idea di Luciano Salce per sdoganare Ugo Tognazzi dalle commedie di basso livello della televisione e riscattarsi come attore. Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy e tanti altri film di quel tempo dimostrano una grande capacità di fare i conti con la Storia.

Ciò che colpisce ne La dolce vita è la durata temporale del film: Federico Fellini è talmente forte del suo racconto da potersi permettere di dimenticare lo svolgimento cronologico e la durata effettiva degli avvenimenti rispetto alla narrazione classica, che costringeva a rendere sempre chiaro allo spettatore quanti giorni si svolgesse una storia. È il racconto lucido dello sbandamento italiano che vede già le crepe e la crisi dei valori. Dal1963 Fellini si dedicherà al tema della psicanalisi in . Continua con Amarcord la riflessione sul Fascismo in Italia, fissando su pellicola un paese a cui è impedito di crescere. Ma Fellini non è l’unico a considerare il Cinema una finestra spalancata sul mondo capace di far guardare avanti, non si può non citare I compagni di Mario Monicelli sul compromesso sindacale, I due marescialli di Totò…

La società ha perso il polso del reale, si perde la proporzione delle cose e il cinema ne risente. I film che segnano la fine di questo periodo di consapevolezza sono: In nome del popolo italiano e Il borghese piccolo piccolo. Troppe insegnanti sotto la doccia e cose simili – ha commentato Mereghetti a proposito della situazione cinemografica italiana degli ultimi quarant’anni. Negli anni ’60 Corso Vittorio Emanuele a Milano pullulava di cinema. Per un pugno di dollari e Accattone si osservavano, guardinghi, dai due lati della strada e la gente andava a vederli entrambi.

La gente di oggi, abituata com’è alla chiarezza delle fiction della televisione, non ha più l’elasticità mentale e l’entusiasmo per vedere cose nuove.

Articolo pubblicato sul sito dell’associazione Kuma Volontari della Cultura.

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