Varietà Jasmine

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Finalmente, dopo 10 anni di Woody Allen vagamente insipido e vuoto di idee realmente interessanti, ecco una visione che merita il tempo speso.

Dopo averci soffocato con le sciocche aspirazioni di Christina, guidato tra i magnifici boulevard parigini in compagnia di personaggi insignificanti (anche se non nego che il cliché dell’ambientazione ha avuto su di me un certo ascendente), annoiato con To Rome with Love, intriso di stereotipi fino all’ultimo fotogramma, Woody ci regala un piccolo dramma sperimentale ben riuscito. Piccolo perché la trama è ordinaria e senza pretese: Jasmine ha sperperato il denaro e il significato della sua vita in un mondo dorato e precostruito, la cui distruzione ha portato al suo esaurimento nervoso. Da Park Avenue alla West Coast, Jasmine si trapianta a casa della sorellastra Ginger, conducendo una vita molto lontana da ciò a cui era abituata a New York sotto la protezione del marito – truffatore, traditore, poi suicida.

Privato della recitazione di Cate Blanchett forse questo film non avrebbe funzionato, ma grazie a questo personaggio esagerato e prossimo al crollo psicologico e alla conduzione della storia in parallelo che mostra il suo recente passato, questa vicenda in fondo così drammatica non risulta mai pesante. Le situazioni vissute tragicamente da Jasmine sfiorano la follia, ma la narrazione è così ben giocata sull’umorismo e la leggerezza che non si scade mai nel commovente o melodrammatico. Questo grazie anche ai personaggi concretissimi che la circondano, anche se forse poco caratterizzati (ad eccezione della sorella).

Anche il finale, aperto ed inaspettato, non volge ad una destinazione sicura, mantenendo la storia su un livello di comicità che traina tutto il film.

Se la prima tranche della pellicola sembra non voler approdare da nessuna parte, la seconda invece riesce nell’intento di comunicare allo spettatore la futilità di tutte le energie spese dalla protagonista. La sua superficialità e assurdità si avverte in ogni singolo sguardo che giunge allo spettatore: la sua compiutezza sta proprio nel fatto che non provoca né pietà, né commozione, né partecipazione anche se i fatti sono raccontati dal suo punto di vista.

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