Le cronache familiari di Natalia Ginzburg


Recensione pubblicata anche su Letteratu: www.letteratu.it/2013/11/11/le-cronache-familiari-di-natalia-ginzburg/

 

Era semplice: prati verdi, rocce nere, ne avevo visti tante volte anche io, in montagna. E non m’era venuto in testa che si potesse farne niente: li avevo guardati, e basta. Le poesie erano dunque così: semplici, fatte di niente, fatte delle cose che si guardavano. Mi guardavo intorno con occhi attenti: cercavo cose che potessero assomigliare a quelle rocce nere, a quei prati verdi, e che questa volta non mi sarei lasciata portar via da nessuno.

Bisogna tenere conto di questa riflessione di Natalia Ginzburg quando si decide di dare un giudizio su Lessico Famigliare. Anticipa il suo nuovo modo di riflettere e premette le nuove intenzioni che la guideranno nelle sue riflessioni. Questo resoconto disincantato racconta fra le righe qualche episodio profondo in completa discordanza con chi ha criticato la Ginzburg definendola una scrittrice superficiale.

Descrive con ironia e altrettanto distacco le sue cronache familiari durante il fascismo parlando a malapena di se stessa. Natalia vigila quotidianamente sui genitori e fratelli come una spettatrice esterna ed annoiata che poco sembra avere a che fare con le paturnie e i drammi che si consumano tra le mura di casa. Si ritrova contornata da personaggi esterni sempre interessanti ed intriganti a cui si affeziona pur non avendo mai parlato con loro. Li descrive in maniera particolareggiata, come se la loro vita le fosse in qualche modo appartenuta. Alcuni di loro sono celebri e storicamente rilevanti, come Turati, Rosselli, Olivetti, Pavese. Sono gli anni del fascismo e della guerra ad essere raccontati dal punto di vista di una famiglia tenacemente antifascista (ed ebrea), che ha incontrato miriadi di ostacoli all’epoca. Eppure il tono è sempre allegro e comicheggiante, senza mai cadere nel superficiale. Ogni timore, mortificazione e privazione che ha posato un’ombra sulle vite della famiglia viene tralasciato o solo accennato. Come se fosse qualcosa di scontato e poco avvincente se confrontato con i battibecchi di tutti i giorni.

Dietro tutte le conversazioni futili sui pranzi da preparare, le sartine da ammirare e la prole in vacanza nelle diverse carceri d’Italia, ogni parola ha un preciso significato che mira a descrivere sempre al meglio i personaggi della famiglia. Ad esempio la madre Lidia, quando recita il suo proposito di frugalità durante la guerra: «Un brodo, una braciola, un frutto», esprime tutta la sua personalità caricando ogni termine della sua impazienza e della sua scarsa forza di volontà. Lo scrivere leggero della Ginzburg entra nel vivo dell’intimità delle parole, nelle espressioni ed esclamazioni. Frasi e termini come «Sgarabazzi! Sbrodeghezzi!», «Che anima che sei!», «Ecco il nuovo astro nascente!», «Quel sempio» tornano durante la narrazione e si solidificano nella nostra testa anche quando il libro è terminato da tempo.

Si assiste ad un vero e proprio salto temporale nella storia narrata che taglia non solo gli avvicendamenti della guerra ma anche l’avvicinamento a Leone Ginzburg. Anche della morte di quest’ultimo parlerà in seguito come di un fatto di cronaca, senza sentimenti amari e disperazioni. La Ginzburg si ricorda liceale in calzettoni e un paragrafo dopo è sposata, senza fronzoli romantici o spiegazioni d’ogni sorta. È chiara l’insistenza della scrittrice nel volersi eclissare dal palcoscenico da lei descritto. Paradossalmente in un libro interamente dedicato alla sua famiglia, veniamo a sapere di lei solo ciò che era già universalmente noto. Di se stessa non racconta niente di più. Poi ritorna sui fatti tragici del conflitto, dell’esilio, della nostalgia. Parla degli angoli d’Italia condivisi con Leone mentre vengono sballottati da una zona d’esilio all’altra. Racconta con precisione gli spostamenti e le vicissitudini dei fratelli, del padre, dei vicini. Natalia non dimentica nessuno della cornice della sua vita. Si confida mettendo sullo stesso piano i fatti enormi della Storia e quelli minimi della vita di sempre. Anche gli avvenimenti più umili vengono considerati da una prospettiva superiore, i suoi sentimenti e angosce infantili hanno saputo cogliere l’esatta immagine di coloro che vivevano e lottavano al suo fianco.

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