Addio mia concubina

Recensione pubblicata anche sul sito Cineteatronews a questo link: http://www.cineteatronews.com/2013/07/02/addio-mia-concubina-2/

Nel 1993 il regista cinese Chen Kaige dirige Addio mia concubina (Bàwáng Bié Jī), vincitore della Palma d’oro per il miglior film a Cannes e candidato a miglior film straniero, oltre che adattamento del libro di Lilian Lee. Tocca nei suoi punti essenziali il contesto storico della Cina dal 1924 al 1976, concludendosi tragicamente tra i residui della rivoluzione culturale. La vicenda è narrata dal punto di vista di due ragazzini dei sobborghi, Douzi e Shitou, che compiono numerosi sacrifici per approdare al proprio sogno: l’Opera cinese. Essa viene mostrata nel suo momento di splendore, quando i protagonisti inseparabili nella vita e nei ruoli raggiungono la celebrità, fino a condurci nella degradazione totale di tutte le sue bellezze: l’oppressione operata dal fanatismo comunista sottomette l’Arte alla volgarità del reale. Allo stesso modo i due teatranti bilanciano le proprie personalità grazie all’aiuto l’uno dell’altro, fino a quando questo precario equilibrio non viene spezzato dall’arrivo di una prostituta (interpretata da Gong Li), che sancirà definitivamente il disastro totale nel loro rapporto artistico.

Il maggior merito di questa pellicola è di non soffermarsi semplicemente sulle vicende politiche della Cina, ma calarle in un contesto apparentemente estraneo che le fa risaltare lucidamente. Mette in evidenza una cosa spesso trascurata, l’indivualità e il percorso personale di quei “traditori” che vengono sottoposti a vergognose torture fisiche e psicologiche. Nonostante la chiarezza con cui vengono trasmesse allo spettatore le violenze perpetuate dalla Repubblica cinese, non è mai data per certa una verità assoluta e i personaggi vengono dipinti nelle loro molteplici sfaccettature, sia positive che negative. Le viscere dell’intimità di Douzi, interprete della concubina, vengono rivoltate dalla sua prima infanzia fino ai tormenti finali senza però porci in una posizione giudicante.

Addio mia Concubina

Qui in Italia si associa inevitabilmente l’Opera ad un immaginario collettivo ben definito e che trae le sue caratteristiche dalla nostra storia. Assistere a stralci dell’Opera cinese è un viaggio a tratti assurdo, che catapulta in un mondo lontanissimo dalle nostre concezioni dove non solo le parole e la musica concorrono a creare l’atmosfera millenaria, ma anche i costumi, i gesti e la misura con cui vengono attuati.

Purtroppo la visione che lo spettatore occidentale ha dell’oriente cade spesso nello stereotipo e nella banalità di schemi predeterminati. Ci sono però alcuni film che lasciano la mente aperta mantenendo quell’esotismo che tanto ci è caro. Lanterne Rosse di Zhang Yimou e L’ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci li consiglio vivamente

 

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