Tornando al mare: fenicotteri rosa nascosti nelle saline e polaroid malriuscite

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Il primo mare dell’anno è sempre un po’ incerto. Pallido e imbarazzato non si fa avanti finché non lo chiami a voce alta. A dispetto della sua versione invernale, il suo profumo di pineta è inconfondibile.
Non è molto che ho iniziato ad avventurarmi per altri mari, quello veri, dice qualcuno, quelli blu più del cielo e a volte trasparenti. Fino a non troppo tempo fa di mare ce n’era solo uno per me e neanche nella sua interezza: l’Adriatico e la sua porzioncina romagnola.

[Ah ma li sento già ronzare alcuni commenti: quello non è mare, e che caos in riviera, ci sono solo discoteche! Maledetto sia chi non guarda al di là del proprio naso]

IMG_20160716_085709 webUna giostra si è nascosta dietro la biblioteca

Ma al cuor d’infante non si comanda, e quello è proprio il Mare che ho visto per tanti anni, ripetutamente, sempre più uguale a se stesso, sempre più descritto nei dettagli in pagine e pagine rovinate dalla sabbia. C’è il suo profumo di pini marittimi nell’aria che si mischia alle creme solari, alle piadine dei chioschi, alle grandi famiglie in trasferta. Scovavo nuovi piccoli angoli, mi sembravano quotidiani e perciò più veri. Lasciandomi alle spalle l’acqua il mio sguardo attraversava la città e l’entroterra, fin nel  suo cuore più nascosto. E così è diventata una tradizione, una pausa da tutto, in cui sono certa di ritrovare la stessa rincuorante routine.
Nel mio intimo ho eletto Cervia a capoluogo delle meraviglie romagnole. Forse per i pescherecci indaffarati all’alba, per le sue casette basse del centro che rimandano a qualche film molto vecchio senza titolo.

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Viale Nazario Sauro

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Via XX Settembre

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Il porto

Stavolta nei miei tre giorni di mare c’è stata una piccola variante, una visita diversa che ha spostato la mia attenzione dalla spiaggia e dagli spritz alle le Saline di Cervia. Da molto aspetto l’occasione buona per fare una gita sul Delta del Po e qui ne trovo un assaggio, perché le saline ne fanno parte (lo scopro solo ora, beata ignoranza geografica). Prendendo coraggio abbandono l’acqua marrone e prenoto una visita in barca che attraversa una parte della salina, che in totale occupa 1/3 di tutta l’area comunale. Cervia si stringe tra il mare e le saline, sono sempre state qui a due passi dal paese, distese, lisce e quiete.

Le escursioni che si possono fare sono tante con tutti i mezzi: in barca, a piedi, in canoa, in bicicletta, ci sono itinerari tematici con cui si apprendono le tecniche di raccolta del sale, oppure ci si dedica al bird watching, rincorrendo i pennuti più improbabili. Chi lo sapeva che in zona vivono circa 2000 fenicotteri rosa? Ma non è il momento giusto per cercarli, in questa stagione si nascondono dai turisti curiosi.
Il sale di Cervia viene detto “dolce”, aggettivo che crea qualche fraintendimento, ci racconta la nostra guida, perché viene spesso inteso come contrario di salato, ma in realtà è solo un modo per dire che non è amaro. E questo sale è il meno amaro del mondo, dove il sapore salato e quello dolce sono gusti che convivono.

Non vi sto a raccontare degli altri tipi di sale, dei quattro processi di evaporazione e compagnia bella, perché la mia attenzione si è soffermata sul lato romantico della cosa: un organismo estremofilo popola quest’acqua salatissima quasi priva di vita, solo qui quest’alga è in grado di proliferare, poiché nelle normali acque di mare viene schiacciato dalle verdi alghe clorofilline. Tutto ciò è molto bello perché un piccolo pescetto, che in realtà non è altro che un crostaceo, si tuffa nelle rosee acque e ne ingerisce le alghe, ripulendo l’acqua e assumendo un bel colore rosso. Grazie allo stesso principio secondo cui mangiando carote in quantità ci scuriamo più velocemente. Elementare, ma sempre affascinante. Non finisce qua, perché il pesciolino pulitore attira in salina vari esemplari di fenicotteri. Perché diventano rosa lo sapete già.

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Scopro un’altra cosa bella, più legata all’aspetto storico che scientifico: nel mezzo della salina troneggiava una Cervia vecchia, sola nel sale. E adesso, dopo la mia breve visita in barca, voglio sapere tutto di questa secolare città che indispettita si è sempre nascosta ai miei occhi, lontano dalla riviera.
Si chiamava Ficocle e fu contesa per secoli e controllata più volte da Venezia. A partire dal 1698 l’antico borgo di Cervia Vecchia, venne smontato e ricostruito dove si trova ora. Eppure credo che la Cervia nuova abbia conservato qualcosa del suo carattere: si appoggia sul mare, ma il suo cuore, la sua parte più bella, se ne discosta guardando al centro, chiudendosi sui negozietti e i portici. Quasi un porto senza mare, che decide di incanalarsi nel centro cittadino.
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In questo spazio ormai dimenticato avevo già parlato della Romagna, in particolare delle sue colonie abbandonate. Troppi anni sono passati da quel tentativo di documentazione, seppur breve, e rileggendolo capisco quanto manchi di affetto, perché c’è la Storia ma c’è anche tanto Amore, incondizionato e attivo per la terra che stai calpestando. Perché il senso di questo elogio della Romagna è tutto Amore e sapore di Casa, mentre i Yo la tengo mi sussurrano parole, mentre passeggio nell’alba sul mare, come ogni anno. E come ogni anno l’alba è rosa, affollata di mattinieri come me, dalle famigliole che si scattano foto in controluce con i piedi nell’acqua, alle cercatrici di cozze con quei sabot di plastica che non si possono vedere, i proprietari dei bagni, forse insonni, che lisciano e apparecchiano la spiaggia. Poi ci sono io, la stronza con la polaroid, in pigiama, sfatta come se avessi fatto festa – e invece no. Faccio le stesse fotografie da anni e anni, ma per questa volta la fedele reflex riposa nella sua custodia, a casa. I pixel non mi bastano e la pellicola della polaroid funziona magicamente, con quel suo processo fantasmagorico e affascinante per cui lo scatto, partorito con gran baccano dalla macchina, va tenuto al buio una mezz’ora buona: così l’emulsione si sviluppa e l’immagine compare con un certo romantico ritardo. La aspetti e la immagini, la tua fotografia, come-quando-si-scattava-in-pellicola. Così il potere dell’attesa torna di moda.
Tutto diventa uno splendore in questa luce. Il sole dell’alba si srotola velocemente, fa capolino tra una macchia di nuvole e l’altra concentrato sul ritmo delle onde e illuminando gabbiani affamati. Nonostante la plastica e l’architettura a volte discutibile, questo è un posto magico, e lo è sempre stato.

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I feel like going homE.

Late at night
While runnin’ from the rain
Running from the voices
Filling up my brain
Now I wish they’d leave me alone
And let me be
To go off on my own
Let me be to go home
I feel like going home

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Amarsi solo per lettera: La provinciale di Mario Soldati

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Giorni fa, chiusa in una sala umida dalle temperature tropicali, ho visto Mario Soldati come non l’avevo mai visto: nelle vesti di regista.

Una donna visibilmente nervosa esce di casa sfuggendo ai richiami dell’amica che la osserva attraverso le persiane. Cerca di vendere un braccialetto al banco dei pegni, ma invece di essere d’oro si dimostra un falso.
Gina Lollobrigida è Gemma Foresi, La provinciale di Mario Soldati del 1953, film che racconta a ritroso la storia che porta la protagonista ad un crollo nervoso e all’accoltellamento dell’amica apparentemente solo un po’ chiassosa.

Tutto il film è un lungo flashback puntinato da diverse prospettive, quelle della madre della ragazza, quella del marito e infine quella di Gemma, la più rivelatoria e sconvolgente. Trascorre le estati nella villa di alcuni amici e sogna una vita migliore di quella con la madre, affittacamere di Lucca. Spera di sposare il suo primo e unico amore, Paolo, di vivere nel lusso, di condurre un’esistenza da sogno. Ma a Gemma tocca arrendersi alla vita che le capita e lo fa con una passività totale, sposando un professore di Fisica per cui non prova che tiepidi sentimenti.

Abbiamo abbastanza ricordi insieme per stare lontani dieci mesi?

Questo di Soldati è un film di colpevoli, di rimorsi e di ultime occasioni perse. Gemma la si vorrebbe scuotere, e invece sfugge, andando alla deriva. Sua madre non la mette in guardia quando dovrebbe, la lascia scivolare nell’illusione di un sogno e la risveglia bruscamente rivelandole, solo dopo mesi di lettere e di speranze, che l’uomo che ama è il suo fratellastro. Franco, il professore immerso tra le carte, si inserisce perfettamente nel vuoto lasciato da questo amore disperato e conquista la donna. Lui stesso riconosce la sua apatia nei confronti della moglie, il suo disinteresse per i suoi pensieri, tanto si è dedicato ai suoi libri ricordandosi solo saltuariamente della muta presenza di Gemma al suo fianco. Ma la meno nobile dell’intera vicenda è sicuramente la contessa Elvira, l’amica vivace e allegra, un personaggio terribile e splendido, che distrugge la vita di Gemma approfittando dei suoi errori.

Una vista magnifica che piaceva soltanto a te

La provinciale si muove nell’atmosfera piatta e afosa nella campagna toscana, dove nessun dettaglio è di troppo, e la noia di Gemma è la noia di tutta la città, di tutti i suoi abitanti.

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Piccolo angolo di niente: le mie stanze

La mia stanza è diventata un piccolo angolo di niente. Quale stanza, non serve specificarlo: ho due stanze preferite, due case, una residenza e un domicilio, una sfilza di doppioni che mi appartengono in egual misura. In una ho vissuto tutti i giorni per 24 anni, nell’altra giusto un anno e poco più. In comune hanno una pessima vista. Ma iniziano ad essere strette, queste stanze, vorrei farci stare degli alberi, il vento primaverile, una strada per andare in bicicletta indisturbata. Anche solo una poltrona per leggere più comoda. E col tempo queste stanze mi si stringono addosso come quei pantaloni che mi calzavano a pennello cinque chili fa. Cerco di farle mie rivoluzionandole mensilmente, aggiungendo colori, carte, stoffe, nuovi pensieri. Vorrei mi contenessero e mi rispecchiassero, ma manca sempre qualcosa, in entrambe le stanze. Credo sia il mondo là fuori, le città, le montagne, che vorrei rimpicciolire e stringere a me.

Si dice che la primavera sia la stagione dei pigri, ed è orrendo constatare che sono nata nel bel mezzo di questo turbinio di pollini e voglia di dormire, proprio quando il clima si fa mite ed è il momento migliore per portare a passeggio le gambe.

Motore ispiratore di questo post fatto di niente è stato l’iniziale entusiasmo che ha colpito la mia persona nel momento in cui sono impazzita su Airtable e mi sono lanciata nella corsa senza speranza della compilazione del database perfetto. Cercavo da tempo uno strumento organizzativo a cui appigliarmi, ma dopo poco tempo ho compreso che per il mio caos mentale ci vuole ben altro. Soluzioni più drastiche, cambio di mentalità. Potrei passare la vita a riempire quel database di richiami e rimandi tra le arti, non finirò mai e non ne sarò mai soddisfatta. La primavera è stagione di passività e incertezza.
Tutti i giorni sono impegnata nello scrivere contenuti di ogni tipo, in comune hanno il fatto di essere dati utili, in un modo o nell’altro. Tutti i giorni appunto qualcosa, ma qui, su questo blog, è il deserto da molti mesi. Oggi scrivo di niente, perché di niente è fatta la mia stanza piena di ricordi e fotografie.

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Bologna: due o tre cose che so di lei

– Sei mesi non sono abbastanza –

Ghirri bologna

I pack my case
I check my face
I look a little bit older
I look a little bit colder

A conferma della mia regola tutta personale secondo cui le idee migliori vengono in treno, circa un anno fa viaggiavo scomodamente verso la Brianza (sfugge al mio controllo la tentazione di definirla velenosa, cit) e mi rendevo gradualmente conto di dove desideravo essere in quel momento: a Bologna. Incerta e disorientata riguardo alla piega che gli eventi stavano assumendo, mi sono rinchiusa troppo a lungo nella cantina ammuffita della mia mente. Il difficile è stato ammetterlo, il resto è venuto quasi da sé con una scioltezza inaudita. Oggi i dubbi se ne stanno ancora acquattati comodi comodi sotto il mio letto, mi spaventano, ma non rimpiango niente. È qui e ora che voglio essere e tutti i giorni mi stupisco di quanto tutto questo sia incredibilmente concreto.
Un bilancio necessario, anche se giunta a questo traguardo numerico, mi risulta meno ostico elencare cosa NON HO FATTO in tutto questo tempo. Ed è inutile star qui a snocciolare i piaceri intellettuali e alcolici di questa città, dove ho ritrovato l’ispirazione per guardare, leggere e scrivere su ogni gradino o ciottolo di queste vie arancioni. Ma non è ancora abbastanza. Forse sono scappata troppo spesso quando sarei potuta restare, ma il cuore ha bisogno di tempo per legarsi stretto, in un modo che poi si può star certi non si scioglierà. Torno a casa per farmi cullare, ma qui il mio cervello si muove, sfuggendo alla comoda passività del mio sottotetto. Se dovessi mettere in ordine, tutte in fila, le cose che mi sono ritrovata a fare, non mi dovrei lamentare di nulla, perché anche rimpiangere casa è stato bello, nel farmi comprendere quanto sia importante ciò che ho lasciato ad aspettarmi. Forse straccerei senza ripensamenti quel capitolo della storia in cui ho traslocato sotto la neve, accompagnata da un’angoscia mai provata e la schiena a pezzi. Magari sarà il fulcro di un lamento straziante raccontato dalla mia bella stanzetta in via Tovaglie.
La solitudine è un ottimo esercizio, ma non un principio da seguire. Come tutti gli incipt che si rispettino, il mio non è stato semplice, lì sull’orlo di qualcosa di importante, con tutto dietro e niente davanti. E anche se tuttora cerco continuamente il mio spazietto di misantropia, all’inizio non è stato facile starsene da soli, come facevo a Milano, dove tutto quello che scoprivo lo scoprivo da sola. Sono stata troppo occupata a reggermi sulle mie gambe e a cercare consolazione nelle cose più improbabili: le luci invernali di via Santo Stefano, l’odore di pino di via Silvagni che mi ricordava un po’ il parco vicino a casa, guardare fuori dalla finestra, lassù in alto in via Zamenhof, mettendo i miei sogni in primo piano. Ho scelto di proteggermi sotto i platani gialli e la pioggia incessante, accompagnata solo da musica scelta con cura nelle orecchie. Passeggiare in una Piazza verdi inusuale e deserta in un mattino gelido di dicembre, confidarsi alle serre dei giardini Margherita sul finire dell’estate. Aspetto che ogni stagione renda sempre più bella questa città. Gli slanci di inadeguatezza mi perseguitano e non sono in grado di parlare con trasporto alla gente; nonostante la mia gentilezza sincera, mi ritrovo ancora a fare i conti con il mio atteggiamento impettito e il sentirsi sempre in difetto. Cerco di dimenticare che non appartengo a questo mondo e che in fondo non cerco più nulla negli altri se non un po’ di sana positività.
Non c’è nulla di eclatante da vedere, ma tutto è un buon motivo per essere qui. E tutto, dico, tutto, è troppo importante: dallo stridere della mia bicicletta scassata al cielo sempre più limpido che mi ricorda quante foto debba ancora scattare (infatti quella che apre questo post e di Luigi Ghirri), fino al sentimento che stritola il cuore quando a Verona inizio a vedere le mie montagne blu. Mi sono innamorata, ora, anche se quel primo incontro con Bologna nel 2009 non è stato promettente. Complice la pioggia e la rabbia repressa, non ci ho più voluto mettere piede. Ed ora sto qui a parlare con trasporto dei ciottolati sgangherati, della gente seduta ovunque, della lentezza sospesa sui portici in fila. Sei mesi non sono abbastanza per scovarne la bellezza diffusa. Sono felice di essere qui. Che sia in vena di baldoria, o che abbia bisogno di una panchina comoda per ricordare. A Bologna trovi quello che vuoi su misura per te, anche una biblioteca in mezzo al verde dove riposare dal mondo, o sorprenderti di un tizio che suona la fisarmonica sotto i balconi della periferia.
A volte manca una direzione in questo gironzolare casuale. Perciò cerco di imparare i nomi di tutte le vie e dar loro un significato particolare, anche se poi mi ritrovo sempre a perdermi in un bicchier d’acqua. Qui voglio mettere in ordine tutto, un pezzo alla volta. Quello che voglio fare, che è così tanto che il solo pensiero mi confonde, quello che voglio imparare, quello che voglio vedere. E tutto coincide più o meno con ciò che voglio essere. Ma nulla di troppo diverso da ciò che sono adesso. Credevo di essere vecchia fuori e dentro, invece sono giovane e viva. Ed è una bella sensazione alle porte dei 25.

Per chi l’economia la trova indigesta: Federico Rampini presenta All you need is love

Oggi ho capito un’altra cosa di Bologna: che resta arancio anche quando piove e soprattutto che resta bella anche quando il cielo si ingrigisce e tutte le superfici diventano lucide. Il cielo si incupisce, tutto il resto no. Mi avvio alle Librerie Coop Ambasciatori tentando inutilmente di evitare la pioggia e arrivo per un pelo all’incontro con Federico Rampini che, puntualissimo, racconta il suo libro in uscita All you need is love, l’economia spiegata con le canzoni dei Beatles.

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Cosa c’entra la parola love quando si tratta di economia? C’entra per la contaminazione dei linguaggi tra musica ed economia, ma i Beatles c’entrano per tante altre ragioni. Crescono in un’Inghilterra rovinata dalla guerra, tremendamente impoverita e costretta a restituire gli aiuti del piano Marshall per i troppi debiti contratti. Iniziano la loro carriera nella miseria e fanno un salto di dimensione industriale, perciò non è così strano associare i Beatles a questa disciplina. È anche un’occasione per studiare l’economia degli anni ’60, un periodo di esplosione di benessere e occupazione. I giovani erano piuttosto scontenti all’epoca, ma ciò non derivava dalla mancanza di lavoro. Anzi, il loro futuro non era bloccato ma radioso. Federico Rampini va a scavare negli gli ingranaggi dell’economia di allora: un capitalismo che creava opportunità per tutti, cosa che oggi invece non succede.

Nel libro i 15 brani dei Fab Four sono presi come pretesto per arrivare ad alcune considerazioni. Quando iniziano a guadagnare bene, il fisco detrae una grossissima parte dalle loro entrate e George Harrison pensa bene di scrivere una canzone come Taxman. L’aliquota massima nell’Inghilterra laburista di Wilson a quell’epoca era del 95%. Negli anni ’60 il fisco aveva una funzione distributiva, la distanza tra gli straricchi e la classe media era ridotta rispetto ad oggi. Molto più tardi ci sarebbe stata l’ondata di rivolta antitasse dei governi Thatcher e Reagan, perciò Taxman si riscopre a posteriori una canzone profetica dal linguaggio lieve che ironizza sia sulla sinistra che sui conservatori.
Yesterday diventa per l’autore una meditazione sulla domanda “si stava meglio ieri?”, qui l’operazione fatta è di libera associazione di idee (giusto per ricordare come Lennon si ispirasse ai paradossi e i giochi di parole di Lewis Carroll per scrivere i testi). Yesterday è una canzone che parla di un amore che sta svanendo, la più interpretata al mondo. Rampini riprende il tema della nostalgia trasportato come tema economico. Prima dell’economia odierna, prima di internet, si stava meglio? La nostalgia va scomposta, non esiste una risposta unica e semplice. Non ci risparmia il retroscena della nascita di questo pezzo: Paul si sveglia con in testa l’intera melodia, la suona a ripetizione cantando scrambled eggs e col dubbio di averla sentita altrove.

Un tuffo nell’attualità estrema: la Banca Europea di Mario Draghi ha annunciato una svolta nelle politiche restrittive: cambio di marcia di una politica europea criticata, che finalmente fa una buona mossa ma con cinque anni di ritardo. La strategia adottata si chiama quantitative easing (giusto perché gli economisti vogliono rendere tutto più difficile), che significa “stampare moneta”. Grazie a questo esperimento mai avvenuto nella storia dell’economia gli Stati Uniti negli ultimi sei anni si sono ripresi. Anche l’Unione Europea ha attuato delle operazioni di mercato aperto in modo che gli aiuti arrivassero a tutti. Ma questi aiuti alle banche non si sono tradotti in una redistribuzione nell’economia reale, piuttosto sono stati negati prestiti a industrie e famiglie.
I Beatles verso la fase più matura della loro carriera cambiano tiro, una canzone che lo dimostra bene è Get back, sulla xenofobia e sul pregiudizio, una satira e parodia mirata a Enoch Powell,  leader del primo movimento nazionalista xenofobo contro gli immigrati. Anche questa si può dire una canzone profetica. Lennon aveva appena iniziato la sua relazione con Yoko Ono e leggenda vuole che Paul in studio di registrazione la fissasse mentre cantava questa canzone. Gli Stati Uniti dimostrano che gli immigrati possono essere una risorsa. A New York solo il 50% della popolazione è bianca, in 10 anni sono arrivati oltre 1 milione di immigrati a popolare la metropoli e nello stesso arco di tempo i tassi di criminalità sono crollati. La forza dell’immigrazione senza la paura dell’immigrazione.

Altre canzoni dei Beatles dell’età matura sono ricche di personaggi popolari come Eleanor Rigby o Lovely Rita. Eleanor Rigby è una straordinaria canzone capace di raccontare l’impoverimento del ceto medio attraverso la storia del funerale di questa donna a cui non partecipa nessuno se non uno stanco Father McKenzie. Dipinge la profonda umiliazione di un panorama sociale che si riscopre povero. È una canzone che parla più di oggi che di quegli anni, perciò possiamo ancora una volta considerarli profetici.

I Beatles vanno trattati anche come prodotto per l’autore, lo dimostra la trafila per inserire i loro testi nel libro. Non sono solo bei pezzi d’arte, ma prodotti commerciali coperti da copyright. Non erano degli uomini d’affari, rincorrevano il copyright ceduto in maniera forsennata a destra e manca. Paul non riuscì ad accordarsi con Yoko Ono per riprendersi i diritti e furono comprati da Michael Jackson per 47 milioni di dollari rivenduti a Sony per una cifra moltiplicata. Solo per pubblicare 15 testi originali il negoziato con l’ufficio legale della Sony ha innescato delle trattative estenuanti. Internet è uno prometteva la democrazia economica e ha alimentato l’illusione che un musicista potesse diffondere la propria musica saltando l’intermediazione delle case discografiche. La rete si è dimostrata in realtà un grande inganno, ha diffuso la cultura della gratuità, mentre Youtube guadagna sugli accessi e diventa sempre più importante per la pubblicità, gli artisti sono trattati come servi della gleba.
I tecnocrati dell’economia si sono abilitati come unici oracoli in grado di capire questa scienza. Vogliono convincerci che siamo vittime di una legge naturale, che dobbiamo accettare le disuguaglianze, che l’unica alternativa è il comunismo. Siamo sotto una dittatura del pensiero che vorrebbe ci prendessimo tutte le conseguenze del sistema e che non contempla alternative. All you need is love inizia con questa frase: there’s nothing you can do that can’t be done. L’autore gioca con la logica e considera questa canzone come un inno ad allargare i confini. L’OCSE documenta un diffuso analfabetismo economico fra i giovani italiani. Se noi non siamo in grado di padroneggiare l’economia, qualcun altro lo fa per noi. Il libro è anche un invito a riappropriarsi della scienza economica. A ricordarsi che i confini del possibile non sono ristretti come vogliono farci credere.
Questo è a grandi linee il succo dell’incontro con l’autore, e anche se non mi ha convinto su tutti i punti (l’idolatrare gli Stati Uniti ad esempio), mi ha comunque persuaso a ordinare il libro in biblioteca. Quindi rimando ogni giudizio a quando lo avrò fra le mani. Intanto non mi resta che ammettere la mia infinita ignoranza documentata così bene dall’OCSE.

Esercizi di viaggio di Ettore Sottsass nel primo giorno d’autunno

Qualcuno viaggia in luoghi che reputa suoi, qualcuno considera propri anche quei posti che vede per la prima volta, qualcuno pensa che gli siano affini tutti i luoghi del pianeta, anche quelli che si sono solo immaginati.

In tutti i posti dove sono stato, sentivo che c’era qualcuno che disegnava case, come in un bosco uno sente che ci sono funghi.

Ettore Sottsass nei suoi Esercizi di viaggio attraversa mentalmente i propri itinerari, esotici e non, contemplando da un punto di vista distaccato e riflessivo i luoghi visitati. Lascia però trasparire della commozione mentre descrive Agra e i fiori dipinti su tutte le case; i lieti abitanti del Nepal, il loro stato d’animo simile ai boschi trasparenti di faggi; i templi indiani e le pietre lisce e scolpite che disorientano fino a far perdere le tracce della loro struttura; luoghi dove si dimenticano le astrazioni, l’adilà, la metafisica, la matematica e la filosofia – si è consci solo della vita dell’individuo che lo popola. Le capanne birmane che le donne del posto cambiano come muta il loro umore; le case rosa di Jaipur, città dalle strade dritte e schematiche fino a risultare inquietanti.

Non ho mai capito dove comincia l’amore. Comincia nei prati? Comincia nelle stazioni? Comincia nei tram? Comincia ai balli? Comincia sugli aeroplani o comincia sui fiumi?

L’amore comincia sul fiume, su panchine scrostate e prati umidi d’estate. Comincia nell’aria tersa veneziana all’ombra di una torre storta. Sotto il cielo montano sopra scale ripide. L’amore comincia dove si inizia ad apprezzare un luogo e chi ci vive. Un orto, un lago invernale zuppo di brina e fuochi accesi con noncuranza sulla riva. Continua sugli aeroplani, sui treni all’alba, sulle biciclette colorate, nei porti. Continua nelle capitali, nei paesi, nelle province, nelle tane e seduti fra i libri. Continua, non sbiadisce. Ogni luogo è la firma di un sorriso che abbiamo lasciato alle spalle.

Sui sentieri, le città, la polvere, l’inverno nei bar. Nelle case. L’amore è nato lì, nelle nostre case, tra i nostri oggetti e le nostre vite passate.

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Gordon Parks agli Scavi Scaligeri

Tornando da Negrar si passa necessariamente da Verona, e chi sa quant’è che non ci tornavo. Forse è passato solo un anno o poco più dalla mia ultima visita, ma il tempo è scivolato via liscio come fossero molti di più. Una cosa è certa, è molto più grigia di come l’ho lasciata un’estate del 2011.
Qualcosa però è restato lo stesso: io e mio padre che passeggiamo negli Scavi Scaligeri, unici ospiti dell’ennesima mostra di fotografica, snobbata dalla maggior parte dei turisti che si accalcano in Piazza delle Erbe per immortalare i consueti terrazzini.

Anche stavolta, come per fu per Henri Cartier-Bresson visitato tempo addietro, negli scatti di Gordon Parks domina il bianco e nero. Narratore di ingiustizie, ci accompagna negli angoli degradati dell’America degli anni ’40 e ’50, ma anche negli atelier immacolati di Vogue in compagnia di modelle come Patricia Donovan. Per ventanni ha pubblicato le sue fotografie e i suoi articoli di denuncia nella celebre rivista Life, seguendo personaggi come Malcom X, e Muhammad Ali.

Non sono solo fotografie a nascere dalla sua percezione di nero in un mondo di bianchi: Gordon Parks è stato anche regista (primo cineasta di colore a lavorare per una major con Ragazzo la tua pelle scotta), poeta, scrittore  e musicista. Sono sempre la segregazione razziale e i disagi dei neri degli Stati Uniti ad essere gli assi portanti dei suoi racconti. Questa mostra è una lunga sequenza di autenticità, declinata in mille volti diversi a cui si è sempre preoccupato di dare un nome.

 

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Kenneth Fontenenelle, Harlem, NY, 1968

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Foto scattata a Chicago

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Ingrid Bergman sul set di Stromboli